Le domande di monsignor Gottardi oggi. Il Vaticano II cerca nuovi eredi

In San Pietro, la sessione di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, l’11 ottobre 1962

Giusto 60 anni fa – era venerdì 10 dicembre – l’arcivescovo Gottardi radunò la sua gente in Cattedrale per raccontare “al ritorno dal Concilio” quanto aveva vissuto a Roma fino a due giorni prima. E il giorno dopo in Sala Depero lo ripeté alle autorità locali: voleva cominciare subito a far conoscere lo spirito del Concilio.  

Non voleva perdere tempo, mons. Alessandro Maria, che già nei mesi precedenti aveva portato la voce di altri padri Conciliari in Cattedrale. Si sentiva addosso la responsabilità di essere un testimone di quello che rimarrà l’evento ecclesiale più importante del Ventesimo secolo, percepiva di trovarsi in “una nuova fase della storia cristiana” che avrebbe lasciato un’eredità lunga e impegnativa.  

Un ardore pastorale che lo accompagnò per tutti gli anni della sua vita, tanto che in un’intervista retrospettiva mi confidò senza mezzi termini che “Il Concilio Vaticano II ha cambiato la mia vita e cambierà anche la Chiesa”. Si conservano ancora negli archivi diocesani e nelle case dei trentini meno giovani quei libriccini bianchi in cui “il vescovo del Concilio” volle via via raccogliere e divulgare – oggi forse sarebbero dei podcast da ascoltare – con la sua precisione didascalica lo svolgimento ma soprattutto gli esiti dell’assise.  

“La fine del Concilio è il principio di molte cose” fu la frase di Paolo VI da lui richiamata per evidenziare due dimensioni esiziali per la fase attuativa: l’assimilazione del nostro compito di cristiani dentro la società (quindi con una comprensione uno studio dei documenti usciti dal Vaticano II) e poi la collaborazione alla quale siamo chiamati (quella che oggi, in modo più profondo, abbiamo imparato a chiamare sinodalità). Cosa potremo rispondere oggi a mons. Gottardi? Lo ringraziamo intanto perché il suo lavoro di divulgazione – tradotto anche nel biennio del Sinodo diocesano a metà degli anni Ottanta – è stato di grande valore.  

Abbiamo sentito in lui – e in tanti che hanno seguito il suo stile magisteriale – un erede di quello spirito conciliare che era sintetizzato nelle parole chiave riportate in corsivo all’inizio dei vari capitoli dei suoi libretti: dignità di ogni persona umana; santità evangelica; vita comunitaria; rapporto tra libertà e autorità; ricerca della verità; spirito di dialogo, spirito ecumenico. Ormai tanti eredi del Concilio parlano soltanto dai libri o dalle interviste postume, ma resta il compito di raccontare alle nuove generazioni che la finalità del primo Concilio veramente “pastorale” fu cercare di capire come proporre in modo significativo il Vangelo all’uomo e alla donna di oggi.  

Non fu quindi solo il Concilio che avvicinò la Parola e cambiò direzione alla liturgia, ma fu soprattutto il tentativo di rispondere alla domanda di sempre: come annunciare il Vangelo oggi? A proposito ha scritto don Fabio Moscato, teologo presso la Facoltà del Triveneto, per i nostri settimanali: “Ricordare il Vaticano II non si pone sulla linea di cosa manchi alla sua completa attuazione – forse la lista potrebbe essere lunga e domandarsi il perché di questo ritardo sarebbe legittimo –, ma ritengo più che mai che il Concilio ci insegni, alla luce della sua stessa esperienza, a essere Chiesa che annuncia il suo Signore.  

Paolo VI, nel discorso di chiusura del 7 dicembre 1965, interpretava l’assise conciliare come un “atto kerigmatico”, un’occasione in cui la Chiesa, rispecchiandosi in Cristo e lasciandosi ridare la forma originaria da lui, si è ridata slancio per proclamare a ogni uomo la salvezza, considerandolo nel suo contesto e cercando di venire a dialogo con lui, di assumere le sue domande profonde e allo stesso tempo di farsi capire”. Anche per questo lo spirito del Vaticano II deve passare di generazione in generazione: fra gli eredi ci piace oggi ricordare papa Leone XIV, che nel viaggio in Turchia ha ridato slancio al volano ecumenico, e anche il nostro don Marcello Farina che aveva fatto del Vaticano II uno dei capitoli più frequentati e approfonditi del suo instancabile insegnamento.  

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