Trump alla corte di Xi, la vera sfida per il futuro dell’America 

Oriente, ecco il tycoon di Washington alle prese con una regione, l’Asia, e un paese, la Cina, che sono la vera sfida per il futuro dell’America. Non è questa l’ossessione del solo Trump. Anche i suoi predecessori Obama e Biden vedevano nella Cina la vera scommessa per la politica americana nel Pacifico. Già da tempo si era quindi constatato che l’Atlantico non era più nelle priorità delle Presidenze americane. Lo stesso Joe Biden ne era convinto, ma a distrarlo e farlo ritornare sui suoi passi ci aveva pensato Vladimir Putin con il suo proditorio attacco all’Ucraina. Come nella pluridecennale tradizione dell’alleanza atlantica, Biden non poteva sottrarsi al dovere politico e morale di correre in soccorso non solo dell’Ucraina, ma soprattutto dell’Unione Europea che non aveva né le capacità militari né gli strumenti economici ad hoc per sostenere da sola la guerra russa. La Cina rimaneva quindi sullo sfondo della politica estera americana, che tendeva a considerarla nei fatti come estremamente ostile agli Usa, sia per l’appoggio aperto a Vladimir Putin sia per le continue provocazioni militari intorno alla contesa isola di Taiwan.

La situazione ancora oggi è più o meno la stessa dei tempi di Biden. Tuttavia, alla luce delle recenti azioni di politica estera di Donald Trump non c’è da stupirsi che le sue aperture negoziali e diplomatiche verso Pechino rispondano ad un rovesciamento delle posizioni tradizionali della Casa Bianca. Lo ha fatto nei confronti dell’Unione Europea facendole pagare a caro prezzo l’aiuto militare americano. Lo ha fatto almeno all’inizio nei confronti di Vladimir Putin riammettendolo in gioco a livello internazionale. Lo sta facendo con Benjamin Netanyahu imponendogli una precaria e non sempre rispettata cessazione del fuoco a Gaza. Tutto quello che Biden non era neppure riuscito ad avviare (e a pensare) nel corso dei suoi quattro anni alla Presidenza. Ciò non sta a significare che la tattica di Trump sia destinata a funzionare, ma certo è che gli spazi per mediazioni e soluzioni sorprendenti sono di molto aumentati. È come se il mondo dopo anni di inerzia si fosse messo a correre nel tentativo di eliminare le situazioni conflittuali.

Per gli Usa, tuttavia, il test più importante sarà proprio quello relativo alla Cina. Nei confronti di Pechino le questioni da risolvere nel rapporto con gli Usa sono per il momento più che altro economiche. Il primo dossier riguarda la minaccia di Trump di imporre dazi in aumento del 100% sull’import cinese se la Cina non toglierà le limitazioni e gli ostacoli all’export delle cosiddette terre rare, cioè quei minerali che sono essenziali per fare vivere e sviluppare le industrie elettroniche che sono ormai al cuore del progresso economico. La Cina dispone di oltre il 70% della produzione di questi preziosi e rari minerali. È riuscita in questi anni non solo ad estrarre il prodotto dal proprio terreno, ma soprattutto a lavorarlo efficacemente: un processo lungo e dispendioso che non è facile replicare in altre parti del mondo in tempi ragionevolmente brevi.

Poi il dossier bilaterale si arricchisce di altri temi come la completa cessazione delle importazioni americane di soia e grano o il controllo e la gestione del social Tik Tok, un algoritmo cinese assai diffuso fra i giovani americani, ma anche potenzialmente pericoloso per la sicurezza interna degli Usa. Su tutte queste problematiche le delegazioni americane e cinesi hanno lavorato intensamente ed è quindi probabile che nell’incontro a due a Seul un accordo si troverà. Se ciò avverrà il risultato potrà essere quello di una duratura stabilità economica nel Pacifico.

In realtà, dietro lo schermo dei dazi e dei commerci si nasconde il vero obiettivo di Trump che è quello di distaccare dallo stretto abbraccio cinese Vladimir Putin e riprendere il controllo degli interessi americani nel Sud Est Asiatico magari con una concordata divisione del lavoro fra i due giganti mondiali. Un piccolo segnale in questa direzione sembra manifestarsi in questi giorni: la decisione cinese di diminuire l’import di gas e petrolio russi dopo l’imposizione di Trump di colpire con sanzioni tariffarie del 100% coloro che si forniscono del petrolio di Mosca, decisivo per sostenere l’enorme sforzo bellico in Ucraina. Ma cosa dovrà cedere in cambio Trump se davvero Xi lo aiuterà a risolvere la guerra in Europa? Il pensiero corre evidentemente a Taiwan, l’isola difesa dagli americani, ma pretesa da Pechino che la considera parte inalienabile della Cina. Si tratta a ben vedere di un parallelismo con la pretesa russa di considerare l’Ucraina parte del proprio territorio.

Sarà davvero difficile per Trump dare una risposta credibile ed efficace. I due leader si conoscono già da tempo. Nel corso del Trump1 si sono incontrati ben cinque volte. Una volta perfino a Mara-Lago nel resort del Presidente Americano. Come è nel suo stile Trump cercherà di sedurre e blandire Xi. Ma anche lui stesso è conscio della durezza di Xi come negoziatore. Come pure Xi è conscio della volubilità di Trump. Insomma, un confronto per nulla facile né scontato.

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