“Sono sola. Morirò presto anche io. Venite a prendermi!”. Parole vere, dette il 29 gennaio 2024 nelle sue ultime ore di vita da Hind Rajab, una bambina palestinese di sei anni uccisa durante un attacco dell’esercito israeliano nel Nord di Gaza mentre era bloccata in un’auto. La sua storia è stata portata sul grande schermo dalla regista tunisina Kaouther Ben Hania con il film “La voce di Hind Rajab” (Tunisia, Francia, 2025), nelle sale italiane dopo aver vinto il Leone d’Argento-Gran Premio della Giuria all’82a Mostra del Cinema di Venezia, co-prodotto, fra gli altri, da Brad Pitt e Alfonso Cuarón.
Hind Rajab è una delle 20mila bambine e bambini uccisi durante la guerra disumana riaccesasi in Medio Oriente in seguito all’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, una delle 66mila vittime civili, finora stimate, della sproporzionata reazione del governo israeliano diventata genocidio del popolo palestinese. Gli operatori umanitari del centro della Mezzaluna Rossa palestinese che operano a Ramallah, a 83 km da Gaza, ricevono una chiamata d’emergenza e si mettono in contatto con lei, circondata dagli zii e dai cugini morti.
L’ambulanza impiegherebbe solo otto minuti per raggiungere Hind, che con grande forza continua a chiedere di essere salvata, ma i volontari devono aspettare le autorizzazioni per garantire un accesso sicuro, concesso solo dopo molte ore. Il film è ambientato nella sala della centrale operativa dove lavorano quattro volontari nei quali ci si può riconoscere – Omar e Mahdi, che gestisce il coordinamento, esprimono frustrazione e rabbia, si sentono impotenti ma sperano, la direttrice Rana, che parla a lungo con Hind, molto coinvolta, e Nisrine, la psicologa, cerca di tranquillizzarla -, mentre Hind è invisibile, aggrappata al telefono e alla vita per cinque ore.
La pellicola ricostruisce quelle ore e, in un crescendo di tensione e sconforto, la regista mostra l’orrore attraverso una voce – “Sono morti tutti. Ho paura, vieni presto. Salvatemi!” – e suoni di spari provenienti da un carrarmato. Le scene sono intervallate da schermate nere sulle quali appaiono le onde sonore dell’audio, le registrazioni originali della voce di Hind riportate in forma visiva. Il film immerge in un tempo di attesa, nella dialettica tra dentro e fuori: dentro il grido di dolore straziante di un popolo affamato, di cibo e di giustizia; dentro una macchina crivellata da più di 300 proiettili, dentro la sala della Mezzaluna Rossa e l’impotenza dei volontari, dentro l’agire coraggioso dei soccorritori, anch’essi colpiti e uccisi. Fuori, i potenti “giocano alla guerra”, indifferenti alla strage di civili innocenti. Il cinema è memoria, testimonianza, denuncia.
Guardare il film il 7 ottobre e in lingua originale porta dove la pietà non esiste più e, uscendo, rimane in mente la domanda di Omar: la voce di una bambina terrorizzata può suscitare empatia?