Chi pensava che l’elezione dei due presidenti di Camera e Senato spianasse la strada per una soluzione relativamente rapida del problema del governo per ora rimane deluso. Non che fra M5S e Lega ci sia quel conflitto programmatico che ci si sarebbe aspettati dopo i fuochi d’artificio della campagna elettorale: miracolosamente hanno scoperto che in fondo su tanti punti possono anche essere d’accordo. Cosa vuoi che sia il reddito di cittadinanza se è un sostegno a chi non ha lavoro? Verrebbe da dire che è più o meno il reddito di inclusione che voleva varare Gentiloni, ma non si può dirglielo perché si arrabbiano. E la flat tax? Una riduzione per gradi della voracità del sistema fiscale su cui alla fine possono concordare tutti.
Si potrebbe continuare e si continuerà, tanto in politica sui programmi qualche gioco di prestigio si riesce sempre a fare. E’ sulla distribuzione dei pesi del potere che è difficile intendersi. Sulle presidenze in fondo non era così complicato. Come abbiamo più volte ricordato, i poteri dei due presidenti non sono così incisivi, essendo ingabbiati in un quadro di vice, segretari, questori, funzionari e regolamenti che non consentono poi grandi colpi di mano. A pro dei media si può far credere che Fico sia la garanzia che taglieranno i vitalizi, ma alla fine se gli va bene ripiegheranno su una riforma tipo quella già proposta da Giachetti che non passò per pochissimo in chiusura della passata legislatura (salvo ad affidare alla comunicazione il compito di far credere che sia tutt’altra cosa).
Sul governo la questione è diversa, perché non solo il presidente del Consiglio ha veramente un potere superiore ai ministri (non fosse altro per il ruolo internazionale che ricopre), ma perché è un simbolo che i cittadini immediatamente percepiscono. Per questo è difficile sia per Di Maio che per Salvini rinunciare a quella palma, specie se l’uno dovesse rinunciare a favore dell’altro.
Le ragioni che portano per sostenere le rispettive pretese sono deboli da un punto di vista costituzionale, ma purtroppo sono anni che si è fatta piazza pulita di qualsiasi grammatica costituzionale. In un sistema parlamentare rappresentativo il ruolo di vertice del governo (che fra il resto non è neppure compiutamente tale, perché gli mancano molti poteri necessari per ambire a quella supremazia) spetta a colui che dopo essere stato designato tale dai gruppi che sono in grado di raccogliere una maggioranza nei due rami del parlamento riceve effettivamente la fiducia delle Camere. Essere il partito più votato sia pure con quasi il 33% (che è comunque solo un terzo dei consensi dell’elettorato) non dà diritto che ad un potere di iniziativa per cercare di raccogliere una maggioranza attorno a sé. Se non ci riesce punto ed a capo. Stesso discorso vale per chi si presenti forte di un ampio mandato di coalizione come è il caso di Salvini, anche lui titolare di poco più di un terzo dei consensi elettorali (il 37%): deve trovare il modo di raggiungere almeno il 51% dei voti parlamentari.
Il problema è che sono anni che si continua a contrabbandare la fola del premier eletto dal popolo e che di conseguenza si è arrivati alla campagna elettorale coi “candidati premier”. Adesso fare marcia indietro non è semplice. Quando l’ineffabile Bonafede sostiene che se non si fa premier Di Maio gli elettori diserteranno le urne per sfiducia nella democrazia, dice una verità pro domo sua: sarà il suo terzo di elettori che si sentiranno truffati da chi gli ha venduto la leggenda che votavano non per un partito, ma per un premier. E siccome i Cinque Stelle temono come tutti di dover tornare presto alle urne non possono permettersi di affrontare la delusione dei loro elettori messi davanti alla vacuità delle loro promesse.
Salvini è messo meglio, perché ha vinto, ma non abbastanza da poter affermare che il premierato gli spetta in ogni caso. Può ragionevolmente spiegare che gli spetta solo se si tiene conto della coalizione, in cui deve fare i conti con Berlusconi. Dunque, se e quando si tornerà alle urne, potrà chiedere agli elettori di dargli direttamente abbastanza voti per poter competere alla pari coi Cinque Stelle. Ecco perché a lui andrebbe bene anche la mezza vittoria, cioè un governo M5S più centrodestra senza al vertice né lui né Di Maio, ma un terzo (però un politico, fa sapere, il che rende la partita piuttosto complicata).
Per capire forse qualcosa di più rinviamo alla prossima settimana, quando saranno iniziate le prime consultazioni al Quirinale e forse si avrà qualche sviluppo.