Non è difficile trovare disorientamento, se non addirittura forti perplessità, di fronte a quest’anniversario che mai aveva sollecitato così tante attenzioni: l'inizio, cinquecento anni fa, di un movimento di Riforma che ha mutato il volto della società.
L’anniversario del 1517 non ha mai certo voluto puntare all’esaltazione di un uomo così complesso com’è stato Martin Lutero (tantomeno a processi di beatificazione, come inteso da qualcuno), né a risolvere in modo semplicistico argomenti che rimangono (e rimarranno) differenti. Questa data, però, ha sollecitato tre grandi domande che inevitabilmente non hanno mai smesso di coinvolgere tutti i cristiani, quale sia la loro appartenenza.
La prima questione, di natura essenzialmente teologica, sta al cuore di tutta la vicenda: Chi è Dio? Quale volto di Dio cerchiamo? Quale volto di Dio mostriamo?
La seconda domanda, di natura ecclesiale, mette in luce l’identità e la realtà della comunità: Qual è la nostra relazione con Dio? Che cos’è la Chiesa?
Il terzo interrogativo, infine, rivolge lo sguardo alla storia: Qual è il rapporto tra la Chiesa e la società? Come incarnare la fede nel tempo?
Questo è il motivo per cui, in un nuovo contesto di memoria rinnovata, l’evento del 1517 non è mai stato considerato una questione di pochi, dei protestanti, separata dalle tracce dei tanti cristianesimi della storia, ma, al contrario, un insieme di questioni rivolte a chiunque si definisca cristiano.
Non solo, proprio questa terra, che ha visto fallire un processo di ascolto alla metà del XVI secolo, non può pensare che le parole di Paolo VI del 1964 siano state affidate semplicemente come una manciata di pie intenzioni: «assurgere a simbolo di questo desiderio, non rinfacciando errori ma cercando virtù, non attendendo ma andando a cercare» costituisce un mandato preciso!
In questo quadro entra in gioco con forza la necessità di comprendere il senso del termine Riforma. Considerata sbrigativamente una protesta ideata da Lutero, va letta invece come un processo dinamico, uno strumento evangelico, che da sempre ha accompagnato e sollecitato la Chiesa.
Ancor oggi la parola Riforma ci aiuta a vivere un’esperienza di continua conversione, in una provocazione costante per abitare al meglio la Scrittura nelle pagine della storia. Riforma è questione di stile, rivolto a tutti i cristiani, chiamati a vivere la sequela di Gesù sulla strada delle Beatitudini. Riforma incarna poi anche due ulteriori parole preziose: fedeltà (come rimanere sempre più fedeli alla Scrittura e alle Fonti?) e responsabilità (come aderire sempre meglio al Messaggio e all’impegno cristiano nella società?).
Abbiamo vissuto secoli di contrapposizioni; ci siamo raccontati per negazione, vivendo per troppo tempo, come afferma papa Francesco, in modo autoreferenziale e autosufficiente.
Se questo rinnovato incontro ci permette di ritrovarci sotto il manto di Dio, in una fraternità gratuita donataci dallo stesso Gesù Cristo, in una comunione diversificata com’è quella dello Spirito santo; se questo anniversario ci offre l’opportunità di ascoltarci e di conoscerci veramente, superando linguaggi che in passato ci hanno impedito di comprenderci; se quest’occasione ci chiede di vivere sempre meno indifferenti, e di superare la confusione imparando a porre una «gerarchia nelle verità della dottrina» (Unitatis redintegratio 11), tutto ciò non è forse una benedizione?
Per questo motivo anche un gesto così forte, provocatorio, come una reciproca lavanda dei piedi, non può che ricondurci ad una dimensione squisitamente evangelica, di cristiani che sanno accogliere ed esser accolti, sanare ed esser sanati, perdonare ed esser perdonati, «in una diversità che non è contrapposizione ma ricchezza delle particolarità», usando le parole del vescovo Lauro, senza paura di porre tracce evangelicamente profetiche.
Camminare su questa strada non è facile per nessuno, come del resto vivere il Vangelo; ma riconoscere l’unicità della fede e le sue differenze storiche, il primato della Scrittura e la portata del battesimo, non smettendo mai di interrogarsi sulla nostra relazione con Dio e con gli altri, potrebbe finalmente trasformare l’ecumenismo, come valorizzazione delle diversità cristiane, da imprevisto a regola, da eccezione a consuetudine, da problema a prassi, considerandolo semplicemente uno stile, lo stile dei cristiani.
Alessandro Martinelli