Amava dire: “La mia vita è stata un susseguirsi di momenti fortunati
“Sulle fredde montagne dell’Albania, ma poi anche nella sterminata steppa russa non riuscivo a capacitarmi di dover considerare nemici quei miei coetanei che contrastavano la nostra avanzata, l’avanzata degli alpini. Per molti, per troppi, non c’è stato ritorno. Chi è tornato si porta tutto nel cuore”. Camillo Stenico, il giovane alpino sopravvissuto alla guerra e poi guardiaboschi di Gazzadina, se li è portati nel cuore per tutta la vita quei cinque anni di guerra, dal 1940 al 1945, che hanno cambiato la sua esistenza e il mondo. E ne è diventato testimone.
Camillo ora non c’è più. “E’ andato avanti”, come dicono gli alpini, il 2 aprile 2016 all’età di 95 anni e qualche mese. Ma la sua storia rimane viva in chi lo ha conosciuto.
«Lo conosco da quando sono bambino – racconta Sergio Oliver, autore del libro dedicato proprio a Camillo Stenico Mamma ritornerò. – A quei tempi per me era il Camillo, padrone e maestro dei boschi: “Dovete volere bene al bosco – diceva a noi bambini. – Il bosco è nostro amico, non bisogna fargli male perché altrimenti lo facciamo a noi stessi”. Tanti anni dopo – racconta ancora Oliver – ho iniziato a conoscere le sue storie avvincenti nella loro semplicità. Camillo amava dire: “La mia vita è stata un susseguirsi di momenti fortunati”».
E così è stato. Alla soglia dei vent’anni, il giovane Camillo, con la Divisione alpina Tridentina, fu catapultato nei combattimenti. Come corredo lo zaino, il cappello d’alpino e un unico ordine: “Obbedire”. Prima sul fronte italo-francese, poi in Albania e infine in Russia. “Sparavamo in questi campi di girasoli di cui non si vedeva la fine. Non si sapeva nemmeno se si sparava ad un amico o ad un nemico” raccontava Camillo nelle pagine del libro. “La steppa fu cimitero per migliaia e migliaia di morti inutili; teatro di innumerevoli gesta eroiche, di altri bellissimi atti di solidarietà e di umanità, ma anche di spregevoli e crudeli manifestazioni dell’animo umano”. Sopravvissuto alla tragica ritirata, dove vide morire accanto a sé amici e compagni, rientrò in Italia nel 1943. Ma con l’armistizio dell’8 settembre i tedeschi, prima alleati, divennero nemici e Camillo fu mandato nello Stamlager IB ai confini con la Polonia. Sopravvisse anche alla prigionia. Finita la guerra ritornò a casa, nella sua Gazzadina, ma, a pochi giorni dal suo arrivo, il padre fu investito da un camion militare e morì sul colpo. “Avevo visto morire molti miei compagni durante la guerra – raccontava. – Avevo il cuore straziato dalle molte morti a cui avevo dovuto assistere, ma quella di mio padre fu la più dura di tutte. Poi, poco a poco, potei ritornare alla vita”.
Una vita lunga la sua, 95 anni. Il matrimonio con Olga, quattro figli, sei nipoti e due pronipoti. E l’impegno per la comunità come custode forestale e come alpino.
Lo ricordano i tanti bambini, oggi adulti, che nel corso degli anni hanno partecipato alla festa degli Alberi e che hanno potuto ascoltare le sue storie.
Lo ricordano le penne nere del paese, che a lui devono la fondazione del Gruppo Alpini di Vigo Cortesano nel 1953, di cui Camillo fu capogruppo per 33 anni. «Negli anni 60 – ricorda Silvio Gottardi, che ne raccolse il testimone – sotto la sua direzione abbiamo ristrutturato la casetta dell’orto forestale delle Gorghe, diventato il nostro punto di appoggio per le feste campestri. Nel maggio del 1976, dopo il terremoto in Friuli, Camillo formò una squadra di volontari. Entro ottobre avevamo terminato una casetta in muratura per una famiglia che aveva perso tutto».
Padre, guardiaboschi e alpino: così lo ricorda il figlio Claudio, anche lui capogruppo per alcuni anni. «Da bambino volevo sempre seguirlo nei boschi e se non mi portava con sé piangevo. La domenica cucinava il coniglio per tutta la famiglia…come lo faceva buono! Il lato più bello del suo carattere era la grande umanità, la capacità di mettere d’accordo le persone e di risolvere controversie tra vicini. Come alpino ho questa immagine di lui: terminava sempre le assemblee con un canzone “Era una notte che pioveva”».