Quell' “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo” può considerarsi ancora attuale? E se lo si riconosce attuale quel mandato, come viverlo e come riflette la cultura dei tempi? Cosa significa oggi portare la Buona Novella fino agli estremi confini della terra, in quelle periferie della Chiesa tanto amate da Papa Francesco? Con quali nuovi bisogni la missione cristiana si deve confrontare?
Una risposta concreta a questi interrogativi trova corrispondenza nell’impegno quotidiano dei missionari trentini, testimoni diretti e credibili, che vivono ormai da anni “sul campo” fra i condannati dalla povertà, dallo sfruttamento, dalle guerre, dai disastri ambientali. Tra loro padre Donato Benedetti, comboniano di Segonzano partito nel 1993 per il Togo con una particolare attenzione alla dimensione antropologica e al processo di interculturazione; don Gianni Poli originario di Mori, missionario fidei donum nello Stato di Amazzonia in Brasile, che da tre anni segue anche la pastorale carceraria nella periferia di Manaus; padre Rino Dellaidotti di San Lorenzo in Banale, missionario della Consolata dal 1976 in Colombia, ora a Florencia nel Caquetà, dove, tra i vari impegni pastorali, promuove percorsi di recupero dei bambini cresciuti nella violenza della guerra civile.
Ai microfoni di Trentino inBlu la loro riflessione anticipa i contenuti del confronto a più voci sul tema “Evangelizzare oggi”, promosso sabato 30 settembre, alle 17.30 (vedi programma a pag. 15) nell'ambito della Festa per i 90 anni del Centro diocesano missionario.
COME AGNELLI IN MEZZO AI LUPI.
Non è facile parlare di speranza, giustizia e riconciliazione in un Paese come la Colombia dilaniato da oltre 50 anni di guerra civile, che ha causato almeno 260mila morti e 8 milioni di vittime tra dispersi, rapiti e sfollati. Lo storico accordo di pace tra il governo e i guerriglieri delle Farc del 26 settembre 2016 (ratificato il 1° dicembre) è soltanto un primo passo verso una pace stabile e duratura. “Non tutti i fronti della guerriglia hanno accettato gli accordi – spiega padre Rino Dellaidotti – c’è qualche frangia dissidente delle Farc e bande legate al narcotraffico che ancora reclutano a forza giovani e miliziani. La Chiesa ha svolto un ruolo essenziale di mediatrice nei dialoghi di pace e continua a lavorare per ricostruire un tessuto sociale e per superare un passato di violenza mettendo al centro la dignità della persona e il rispetto dei diritti umani”. E’ un cammino faticoso di riconciliazione che nasce dal perdono, parola-chiave del recente viaggio di Papa Francesco nel Paese sudamericano. “Senza il perdono ogni sforzo per la pace sarà un fallimento, mentre il coraggio di amare come ci ha amato Gesù crea una nuova umanità. In questo senso abbiamo fondato “Los Semilleros de Paz”, un progetto rivolto alla crescita umana dei bambini, quei tanti costretti ad imbracciare un fucile, che in un ambiente di pace e tolleranza tornano a sognare e a recuperare i valori del rispetto reciproco”.
ERO IN CARCERE E SIETE VENUTI A TROVARMI.
Dietro le sbarre l'annuncio del Vangelo si traduce in momenti di ascolto, di promozione e di difesa dei diritti umani. “Nel carcere di Manaus non si respira certo un clima di armonia – racconta don Gianni Poli – è un luogo di continua tensione, di scontri fra bande criminali, di violenza alimentata dal sovraffollamento delle celle, dove vivono oltre 1400 persone a fronte dei 600 posti previsti”. Ed è proprio in queste situazioni di degrado e di grande fragilità che è importante esserci, testimoniando con i gesti un messaggio di speranza cristiana. “Gesù parla al cuore di tutti gli uomini, in qualunque posto – aggiunge – Gesù è stato imprigionato, torturato, giudicato senza avvocato di difesa, condannato e giustiziato fuori dalla città, come i detenuti nel carcere di Manaus che, come il Golgota, è in periferia. E il fatto di riconoscere in Gesù un carcerato genera fra noi missionari e i detenuti una sintonia spirituale, che trasmette loro momenti di libertà e di gioia interiore”.
MISSIONE COME DIALOGO E SCAMBIO
Come la spiritualità cristiana entra nel mondo della cultura africana ispirata all'animismo? “Occorre una conoscenza profonda per entrare nei dinamismi di una religione come, ad esempio, quella del voodoo in Togo – spiega padre Donato Benedetti – che non ha nulla a che fare con la magia nera, ma è fondata sul vitalismo, sulla cosmovisione e sui valori dell'inclusione e dell'armonia. E' nell'incontro con l'altro, nel capire il cuore del suo vissuto, senza giudizio, che la missione esprime l'autenticità del Vangelo: un atteggiamento di misericordia, empatico che aiuta noi per primi a cogliere le vibrazioni della vita e del mondo. La missione si alimenta nella sintesi tra diverse spiritualità, nel riconoscere la vivacità della Chiesa africana, giovane, capace di danzare e palpitante di vita”.
UNA CHIESA “IN USCITA”, UMILE E ACCOGLIENTE.
“La sfida della missione oggi è farsi compagni di viaggio e mostrare il volto di un Dio gioioso, morto e risorto, che ci ama e piange con noi – osserva don Gianni – per questo c'è bisogno di ascolto, di mettere al centro la persona, che conta più dei riti, delle regole e delle opere materiali, consapevoli della necessità della propria conversione prima di quella degli altri”.
“La Chiesa in uscita è una Chiesa con le porte aperte – conclude padre Rino – e nell'incontro con gli altri è meglio non avere fretta e accorciare le distanze, mettersi in ascolto, creare comunità e perché le persone trovino in Gesù la vera fonte di salvezza”.
“La prima parola locale che ho imparato al mio arrivo in Togo è stata benvenuto – aggiunge padre Donato – mentre la parola straniero significa colui che è desiderato. Un approccio molto più evangelico rispetto alla chiusura e alle paure dell'Occidente. Per cui la sfida è nella missione di 'ritorno', che ci invita a centrarci sui valori essenziali della vita, a recuperare il senso di accoglienza, l'ottimismo, la fiducia sulla base di quello che le giovani Chiese ci offrono in termini di quella gioia dell'evangelizzazione di cui ci parla Francesco”.