Centomila (100.000) persone in piazza, centomila “corpi di pace”, come titola con felice gioco di parole il quotidiano della Cei Avvenire, per chiedere il cessate il fuoco in Ucraina e una conferenza tra le parti. Ma schierati anche contro tutte le guerre “a pezzetti”, come le chiama papa Francesco, che insieme fanno la Terza guerra mondiale, dagli esiti imprevedibili.
Non un anonimo, indefinito, (forse) manipolabile “popolo della pace”, ma centomila volti a comporre un puzzle di tessere colorate tante quante le diverse provenienze, le diverse sensibilità, le diverse sfumature con cui guardano alla guerra in Ucraina e ai possibili percorsi di pace. Uniti, però, nel rispondere alla chiamata di Europe for Peace: una coalizione di oltre seicento organizzazioni, associazioni, movimenti, che a nominarli tutti non basterebbe una pagina di questo giornale.
Eppure.
Eppure, diverse testate nazionali, alcune un tempo anche autorevoli e dalle tirature di tutto rispetto, non sembrano preoccuparsi di informare i lettori su chi abbia promosso la manifestazione. Chi si ferma agli applausi per Conte e ai fischi per Letta. Chi vede solo la bandiera russa e afferma che quella dell’Ucraina non c’è (falso!), per denunciare “la sinistra in piazza si toglie la maschera”; come se la manifestazione romana fosse stata promossa dalla “sinistra”. Chi sente le “grida contro la Nato” e accusa i manifestanti di dimenticare Putin (falso pure questo). Chi contrappone la piazza di Roma a quella di Milano – dove il cosiddetto Terzo polo di Calenda e Renzi ha promosso una manifestazione di solidarietà all’Ucraina, portando in piazza qualche migliaio di persone -, quasi si trattasse di un regolamento di conti tra forze all’opposizione. E ha buon gioco Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, a sottolineare all’indomani, domenica 6 novembre, nel suo editoriale, che “alcuni media e più di un politico hanno cercato di trasformare la grande e bellissima manifestazione… che riunisce laici e credenti… in un episodio della ‘loro’ guerra di parole. è libertà anche questa, ma che tristezza, e che vergogna”.
Già, che vergogna.