Nel 1926, proprio mentre anche Vita Trentina emetteva i suoi primi vagiti, a sud di Merano prendeva avvio la produzione di concimi azotati nel nuovo stabilimento della Montecatini.
Attorno alla fabbrica, su un territorio ancora dominato da paludi e acquitrini, nasceva un villaggio destinato a diventare una comunità. È Sinigo, che nel 2026 celebra i suoi primi cento anni di vita “con la fabbrica”.
Un anniversario ricordato con una serie di iniziative promosse dal Comitato Sinigo 100, gruppo di volontari che ha organizzato incontri, una mostra storica e la pubblicazione del volume La fabbrica di Sinigo. Dalla Montecatini alla MEMC 1926-2026. Il libro raccoglie fotografie d’archivio, documenti, disegni e testimonianze, restituendo il percorso industriale e sociale della frazione. Coinvolti, in tutto il processo, anche il centro giovani Tilt e La Strada – Der Weg.
Sinigo è la sintesi di una storia più ampia: regionale, nazionale e continentale.
Quello della Montecatini, concepito nei primi anni Venti, è forse il primo complesso industriale moderno comparso in Alto Adige. Non principalmente per una strategia di snazionalizzazione, come sarebbe stato invece nel decennio successivo per la Zona industriale di Bolzano. La fabbrica nacque principalmente per la disponibilità di energia idroelettrica. E la centrale di produzione, a Marlengo, fu il punto di arrivo di un processo partito precedentemente alla Grande Guerra. Prima dunque la centrale, poi lo stabilimento.
E con la fabbrica il “villaggio Montecatini”, a ridosso della palude di Sinigo.
Del 1927 sono i piani per la bonifica della palude. Anche in questo caso l’operazione fu legata alla creazione di un centro abitato, il Borgo Vittoria. Case coloniche, un’azienda agraria facente capo all’Opera Nazionale Combattenti. Progetto pilota, in un certo senso, delle grandi bonifiche attuate dal regime in altre zone del Paese, in particolare nell’Agro Pontino. Vite “con i piedi nell’acqua”.
Villaggio Montecatini e Borgo Vittoria formano Sinigo, realtà anomala rispetto al Tirolo da cartolina o da rivendicazione etno-nazionale, ma che si integra in realtà nelle vicende di Merano, realtà plurale, plurilingue, multiculturale, così come l’antica capitale della Contea si era sviluppata nel corso dei secoli.
Sinigo ha una storia da raccontare e lo fa almeno dal 1990, quando i vecchi sinighesi furono chiamati a condividere la loro memoria. Ne nacquero, già allora, una mostra e un libro. Come oggi, 35 anni dopo. E il paese, la comunità, si fa coinvolgere, adesso come allora.
Fa sorridere oggi – ma non troppo – quanto raccontava nel 1990 uno dei primi sinighesi: «Non avevamo mai una lira. Alla domenica ci sedevamo davanti alla stalla a chiacchierare, a raccontar frottole. Un vestito doveva durare quattro o cinque anni e sotto i piedi non avevamo mai scarpe, dovevamo essere contenti di avere un paio di zoccoli che passava la Montecatini per tre lire che trattenevano sulla busta paga. Io la mattina mi alzavo alle cinque per mungere le mucche e sentivo gli operai che venivano da Maia Bassa a lavorare a Sinigo: tic-tac, tic-tac, tutto un battere di legni, perché venivano tutti a piedi, non c’era nessuno che aveva una bicicletta. Il primo che si è comprato una bicicletta, mi pare che fosse nel ‘33, era un bresciano. Si è comprato una bella bicicletta rossa. A mezzogiorno eravamo là in 100, 150 tutti a guardare la bicicletta. Qualche volta riuscivamo ad avere qualche lira e andavamo al cinema a Merano: ci sembrava di essere dei signori allora. C’era uno che aveva comprato un grammofono e quando lo incontravamo ci levavamo il cappello per dirgli buongiorno. Poi dicevamo tra noi: “Quello è un signore, ha un grammofono…”».
Biciclette e grammofoni. Oggetti che fanno sorridere, all’epoca dei viaggi su Marte e degli smartphone. Sorridere, ma non troppo.