L’icona del Vajont, una terra sacra

Prima e dopo, nella cronaca del 17 ottobre 1963 di Vita Trentina

la notizia

“Di fronte a noi – ha riferito un cronista che si trovava su un poggio – è come un vasto anfiteatro brullo e piatto“. “Di salme – ha detto il vescovo ausiliare di Venezia, monsignor Olivotti, accorso sul luog – ne ho viste a centinaia, trasportate dalla corrente o abbandonate in mezzo a detriti di ogni genere dall’acqua”. Dopo la visita del presidente del Consiglio Leone, venne convocata una riunione del Consiglio comunale di Longarone, del quale rimanevano solo sette componenti e il vicesindaco: gli altri otto erano morti insieme al sindaco.

(da Vita Trentina, 17 ottobre 1963)

La sciagura del Vajont, il 9 ottobre 1963, resta la tragedia più grave che abbia colpito le regioni alpine nella seconda metà del Novecento. Con i suoi 2000 morti e i centri abitati distrutti (i paesi di Erto e Casso, la borgata di Longarone) si pone anche come il primo disastro dovuto non a cause solo ambientali, ma derivato dalla volontà umana di piegare la natura agli interessi economici e soprattutto alla presunzione di poterne controllare movimenti e dinamiche attraverso tecnologie e conoscenze scientifiche, attraverso formule e algoritmi. Sotto questo aspetto il Vajont trasmette non solo un messaggio d’orrore per la devastazione provocata dallo tsunami d’acqua che ha travolto case e persone, ma una lezione da non dimenticare ora che si riaffacciano nuove proposte di utilizzo di energie naturali profonde. Si pone come un’icona terribile del destino che incombe quando gli uomini credono di poter diventare padroni assoluti del pianeta e si fanno guidare da volontà di potenza e presunzione di scienza, invece che da rispettosa prudenza.

La catastrofe si verificò in un momento preciso, ma maturava da tempo. Erano le 22.39 del 9 ottobre 1963 quando una frana enorme crollata dal monte Toc si riversò sull’invaso lacustre che formava il bacino idroelettrico del Vajont. La massa franosa era enorme, 263 milioni di metri cubi di roccia, più del doppio dell’acqua che si era accumulata nel bacino nella sua fase di riempimento. La frana (a velocità di 110 chilometri all’ora) provocò un’ondata alta 250 metri, distruggendo Erto e Casso. Un’altra onda di 30 mila metri cubi investì in pieno la diga e la scavalcò, riducendo in macerie Longarone. Delle 1917 vittime ufficiali della catastrofe (ma furono di più perché molti corpi, sepolti dal fango, non sono stati ritrovati) 1450 erano di abitanti di Longarone. La diga, invece, la cui costruzione iniziata nel 1958 era da poco terminata, resse all’urto nonostante l’immane massa d’acqua esercitasse una violenza superiore di 20 volte rispetto a quella per cui la diga era stata progettata. I rilievi geologici, condotti anche da eminenti esperti austriaci avevano confermato l’idoneità morfologica della stretta valle, avvertendo però della possibilità di smottamenti e suggerendo una serie di interventi che avrebbero potuto limitarne gli effetti. Solo in un secondo tempo venne rilevato che le pendici del monte Toc erano state colpite da una antica paleofrana geologica. Venne anche costruito, su progetto dell’Istituto di Idraulica dell’Università di Padova, un modello in scala 1:200 del bacino per effettuare prove di frane nel lago e misurarne gli effetti, ma vennero trascurate le memorie di franamenti dai tempi romani di Catullo e poi due eventi recenti: la Frana di Pontesei del 22 marzo 1959 e del monte Toc (lo stesso poi franato nel 1963) del 4 novembre 1960. Furono sottovalutati gli effetti di una stagione di piogge autunnali intense, non si ascoltarono le voci e i timori di chi viveva nell’area e osservava quotidianamente il versante. Fra queste la voce della giornalista Tina Merlin, corrispondente del quotidiano l’Unità che ancora il 21 febbraio 1961, scriveva che “sul luogo della frana (la vecchia) il terreno continua a cedere, si sente un impressionante rumore di terra e sassi che continuano a precipitare, si aprono larghe fenditure nel terreno”. Non era allarmismo (o speculazione politica nel corso dei dibattiti polemici che avrebbero portato di lì a poco alla nazionalizzazione dell’energia elettrica e delle centrali, come qualcuno dubitò). Tina Merlin faceva il suo dovere e lavoro di giornalista: essere sul posto, andare a vedere, ascoltare. Ma era una giornalista inascoltata da ingegneri e accademici di fama e così si arrivò al fatidico 9 ottobre.

Alla tragedia seguì una lunga fase processuale che meriterebbe un racconto a parte per la professionalità e la passione civile che caratterizzò i magistrati e gli avvocati che vi presero parte. Fra questi un ruolo di spicco lo assunse l’avvocato Sandro Canestrini, del foro di Rovereto, in rappresentanza delle parti civili. I processi iniziarono il 21 febbraio 1968, quando il giudice istruttore di Belluno Mario Fabbri depositò la sentenza di procedimento penale contro il gruppo tecnico dirigente della diga sul presupposto che la gravità della frana era stata tenuta nascosta. Il dibattimento si tenne però a L’Aquila per “legittima suspicione”, temendo disordini e proteste. Seguirono condanne che l’opinione pubblica considerò relativamente esigue. Il processo d’appello si tenne dal 20 luglio al 3 ottobre 1970 e nel marzo 1971 si pronunciò la Cassazione. Poi fu la volta dei processi per il risarcimento dei danni a carico della Montedison e dello Stato, che erano subentrati alla Sade dopo la nazionalizzazione.

Oggi il Vajont parla sempre alla coscienza degli italiani attraverso la rilettura degli articoli di Tina Merlin, che la Fondazione a lei intitolata promuove, i recital di Marco Paolini e le testimonianze di Mauro Corona. Ma rischia tuttora di aprire polemiche posto che un gruppo in imprenditori, in tempi di crisi energetica, ha promosso un’iniziativa per riutilizzare parzialmente il bacino ora vuoto del lago chiuso dalla diga, che appare non danneggiata. Ne ha parlato Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 10 ottobre. A molti l’iniziativa sembra un atto di nuova arroganza. Citando il Talmud, Mauro Corona ha commentato: “Lasciate in pace quella zona, perché sacra è la terra dei morti”.

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