Papa Leone e la diagnosi che ti “cambia” la vita

Roma, 13 ottobre 2026: Leone XIV arriva al Policlinico A. Gemelli per l’intervento chirurgico (Foto Vatican Media/SIR)

Mentre come Chiesa trentina accompagniamo con la preghiera Leone XIV nella sua ripresa postoperatoria, cogliamo in queste sue giornate di paziente al “Gemelli” alcune costanti di profonda umanità che intrecciano la vita di un Papa con quella di ognuno di noi. La scoperta della malattia, in primo luogo: il Papa dall’agenda fittissima si è sottoposto docilmente ai controlli medici. Un dovere periodico di ciascuno, che si deve al rispetto del proprio corpo (spesso trascurato, finché “funziona”) e alla possibile prevenzione, prima arma nella lotta contro i tumori, come ricorda Mario Cristofolini, pioniere della LILT.

L’imprevedibilità della diagnosi: il Papa americano dal passo svelto, che al martedì gioca volentieri a tennis (a quanto dicono), rendeva improbabile un ricovero ospedaliero, al quale invece ci avevano abituati gli anziani pontefici Francesco e Giovanni Paolo II. È stato un “fulmine a ciel sereno”, ha detto il card. Pietro Parolin, come succede appunto a tanti pazienti meno… illustri.

Ogni diagnosi improvvisa, che necessita peraltro di “ulteriori approfondimenti”, si rivela spesso in grado di cambiarti la vita (“non sei più quello di prima”) e sempre sconvolge i tuoi piani immediati. Leone XIV non ha nascosto ai diretti collaboratori il desiderio di non “saltare” il viaggio nel suo Perù, ma spera di rimettersi per il 27 ottobre ad Assisi dove con la Comunità di Sant’Egidio si ricorderà la preghiera interreligiosa di 40 anni fa.

È un cambiamento di vita non facile, perché richiede l’accettazione di quella “fragilità” dell’umano sul quale don Marcello Farina – avrebbe compiuto gli anni l’11 ottobre e ci ha lasciato giusto dodici mesi fa – ci ha donato profonde riflessioni. Sperimentiamo l’affidamento, come ha testimoniato all’Angelus papa Leone XIV a proposito del seguire “i consigli dei medici”; viviamo ben presto i limiti imposti dalla nuova condizione: “Conflitto di aghi, cannelli, sonde, apparecchi attaccati, dappertutto. Ci tocca dipendere dagli altri, ‘consegnati’: ecco un’esperienza che ferisce”, scriveva don Marcello in Grandezza e fragilità dell’umano (ViTrenD, 2020).

A pochi giorni dalla diagnosi e dall’intervento, papa Leone non ha nascosto la sua limitazione, ma ha annunciato al mondo “il nodulo al polmone”. Più che strategia di trasparenza (ancora oggi spesso rifiutata dai Grandi della terra) si tratta di desiderio di condivisione. Come avviene per noi poter contare sulla vicinanza degli amici, sul ricordo anche orante, è un primo aiuto che rende utili anche gli altri. Riflette Maria Turri nel libro in cui racconta la malattia del marito Alessandro: “Condividere (la diagnosi, il dolore, le rinunce, il limitato tempo di vita, i doni di consapevolezza, le domande…) conduce ad una più profonda esperienza di appartenenza all’altro, all’umanità, alla Chiesa, a Dio e infine a vivere la comunione”.

Ne è stato testimone anche don Enrico Pret, ora ritornato all’attività pastorale, durante una lunga fase di cura: “Il Signore mi ha guidato e mi guida anche in questa situazione – scrisse ai parrocchiani -. Certo non tutto era chiaro, avrei voluto diversamente, fin da quando ho scoperto la malattia, ma in ogni momento cerco di trovare il progetto che Dio ha su di me: vivere il servizio, donarsi agli altri”.

Ecco il dono di un tempo strano, disteso, affaticato, ma anche da valorizzare. “Non è una vita facile – scrisse Carlo Borzaga, malato di SLA – ma lo vivo come un tempo regalato”.
Auguriamo a papa Leone che la sua serenità agostiniana raggiunga anche tutti i malati vicini e lontani; li aiuti a saper “appoggiare i piedi su quella roccia solida fissa e concreta che è Cristo Risorto”, come ci ha invitato a fare don Renzo Caserotti in una delle sue ultime omelie, ora pubblicate.

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