A Venezia un bazar del cinema che non fa bene alla settima arte

Mathilde Arcel e May el-Toukhy. Foto A.Kalka/ArchivioStorico La Biennale di Venezia

A bocce ferme qualche considerazione sul Festival del cinema di Venezia conclusosi la scorsa settimana con il Leone d’oro (meritato) assegnato al film danese “Una donna sconosciuta” di May el-Toukhy pensiamo possa essere fatta. In questa 83esima edizione la Mostra internazionale d’arte cinematografica ha confermato il suo essere ipertrofica. È ormai da qualche anno che film su film vengono proposti in un aumento costante che fa del Lido, per tutta la durata della manifestazione, un bazar del cinema. Da una parte questa situazione mette a disposizione degli spettatori una messe vasta di “pellicole” tra le quali scegliere. Dall’altra rende spesso difficile individuarle, a seconda di gusti e conoscenze. Per non parlare del sistema telematico di prenotazione inaugurato da qualche anno per gli addetti ai lavori che costringe ad un lavorio sinceramente insopportabile e straniante. A questo si aggiunge la durata dei film, solitamente oltre le 2 ore, per ovvi motivi di successivi passaggi televisivi (più è lungo un film più pubblicità si può inserire). Un pessimo servizio all’arte cinematografica. Chi è che affermava che “non si può interrompere un’emozione?”. Detto tutto ciò, andando a studiare, è proprio il caso di dirlo, ma anche seguendo l’istinto, diversi film, specialmente nelle sezioni collaterali, di assoluto valore, ci pare possano essere individuati.

Sulla Palestina, oltre a “Naza”, sul genocidio del popolo palestinese da parte di Israele, inserito in concorso all’ultimo momento e che è stato premiato con il Gran premio della giuria, “Conversation with the sea” di Muayad Alayan ha per protagonista il sessantenne Kamal che riceve da un tribunale l’ordine di saldare un debito previdenziale del figlio morto. Una scusa per un ritorno al passato, per riannodare i fili della propria vita tra esilio e perdite. “L’evento da cui prende avvio il film – afferma il regista – è ispirato a fatti famigliari reali e personali. Il resto, pur essendo immaginario, riflette diverse sfumature della mia riflessione sulla complessa, soffocante eppure ricca esperienza di vivere a Gerusalemme”.

Andando in Iran, “Moragheb” di Mohsen Gharaei vede protagonista del racconto una famiglia di Teheran, con un padre guardia carceraria accusato di corruzione. È un uomo rispettoso e amorevole, ma quando scopre che una delle due figlie intende andarsene dal suo Paese per fare la modella perde il controllo e imprigiona tutta la famiglia in casa, che peraltro sta per essere demolita. Il finale è sorprendente e tutto da scoprire se mai questo film uscirà sugli schermi italiani.

Ancora Palestina, Gaza, dove, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 che ha causato 1200 vittime israeliane, l’esercito del primo ministro Netanyahu ha massacrato 72mila palestinesi. Nel docufilm “Citizen Osama” di Ahmed Hassouna il giornalista Osama documenta, a suo rischio e pericolo, il genocidio del popolo palestinese. Nella Striscia sono stati 200 i giornalisti palestinesi uccisi da Israele deliberatamente, perché non riferissero al mondo quanto stava succedendo.

Straordinariamente poetico “The road to Jericho” di Amos Gitai, “un poema per immagini”. Tra documentario e finzione, il regista israeliano accompagna alle voci di personaggi quali Samuel Fuller, Jeanne Moreau, Arthur Miller e Yitzhak Rabin il destino di una comunità beduina minacciata di sgombero da parte dei coloni, lungo la strada che porta verso Gerico.

Ambientato in Camerun, in Africa, è “Le maison du vent” di Auguste Bernard Kouemo Yanghu. Protagonista una madre che vive sola e che regolarmente si mette in contatto audiovideo con i propri figli emigrati in Europa cercando di riportarli a casa, prima o poi. “Pellicola” autobiografica. “È la storia di mia madre che voglio raccontare in questo film. Delle speranze che ancora la animano” ha detto il regista, che vive in Francia da 20 anni.

C’era anche un po’ di Trentino al Lido di Venezia oltre a “The echo chamber” di Andrea Pallaoro (che giovedì 17 settembre alle 18, a Palazzo Geremia, riceve dal sindaco di Trento Franco Ianeselli il Sigillo antico della Città di Trento). Con il sostegno della Trentino Film Commission, distribuito da Emergency, sullo schermo è passato il cortometraggio “Il senso della terra” di Alessandro Ingaria e Simone Massi. Ispirato alla figura dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, “una dottoressa esamina il corpo di un migrante in mare. Durante l’ispezione – recita la sinossi – trova un sacchetto di plastica contenente una sostanza sospetta che, magicamente, le fa rivivere il viaggio migratorio del ragazzo”. “In quel pugno di terra – commentano i registi – resta l’impronta di una storia antica quanto l’umanità, quella delle migrazioni”.

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