Ancora oggi c’è da chiedersi che cosa abbia realmente spinto Donald Trump ad assalire l’Iran e ad infilarsi nel grande pantano mediorientale. Già il fatto di non avere calcolato il valore strategico per Teheran dello stretto di Hormuz lascia basiti. Cambio del regime, stop al nucleare iraniano, eliminazione della fonte principale del terrorismo nella regione erano tutte spiegazioni volte
a giustificare l’azione americana. Ma non si era previsto che la vera guerra sarebbe stata combattuta sul fronte degli approvvigionamenti di petrolio e che gli ayatollah avrebbero chiuso il transito per Hormuz. Già questo fatto aveva ingarbugliato fin dall’inizio l’obiettivo americano di concentrarsi unicamente sull’Iran.
La guerra è diventata in breve un vero e proprio caos per l’intera regione e per le monarchie del Golfo. I suoi effetti in aggiunta hanno avuto ampiezza globale sconvolgendo il mercato internazionale del petrolio. Il prolungarsi del conflitto e l’incapacità americana di trovare una soluzione diplomatica hanno fatto perdere gran parte della credibilità Usa nel Golfo. Paesi come l’Arabia Saudita o gli Emirati hanno assistito quasi impotenti alla vendetta di Teheran nei confronti dei paesi alleati degli americani. Si calcola che in questi mesi i Pasdaran iraniani abbiano lanciato quasi 7.000 fra droni e missili contro i territori dei paesi “nemici”, dal Kuwait all’Oman, dalla Giordania fino all’Arabia Saudita, la monarchia più filoamericana e vera àncora di semi-stabilità nel golfo.
Proprio l’Arabia Saudita è diventata il nuovo target degli ayatollah. Ciò è avvenuto in due modi. Il primo è stato il bombardamento attraverso le milizie sciite dell’Iraq del grande oleodotto Est-Ovest terrestre di 1.200 km che ha permesso a Riad in questi mesi di blocco di Hormuz di trasportare petrolio verso il Mar Rosso e continuare a fare affari con il resto del mondo. Ora la pipeline è gravemente danneggiata e il Principe saudita Mohamed bin Salman (detto in breve MbS) non sa più a che santo votarsi.
Ma la mossa strategicamente decisiva è stata la messa in campo degli alleati storici dell’Iran nella penisola araba: gli Houthi dello Yemen. Un gruppo di guerriglieri nel nord del Paese che già nel 2014 era riuscito ad assediare la capitale ufficiale Sana’a e a cacciare il governo internazionalmente riconosciuto, grande alleato di Riad. Da allora in quel poverissimo Paese è scoppiata una terribile guerra civile che ha raggiunto una quasi-tregua nel 2022, ma che di fatto non è riuscita a ottenere una pace duratura. Anzi, Teheran ha convinto gli Houthi ad entrare ufficialmente nel conflitto contro gli Usa con la semplice mossa di completare la conquista di tutta la costa yemenita che si affaccia sul Mar Rosso prendendo il pieno controllo di un altro stretto, quello di Bab-el-Mandeb in direzione del Canale di Suez. Insomma, oggi Teheran può controllare l’insieme dei mari che dal Golfo vanno fino al Mediterraneo e quindi alla stessa Europa. Ecco la grande trappola in cui è andato a cacciarsi l’arrogante e imprudente presidente americano.
A parte il rischio, già evidente in questi giorni, di vedere schizzare in alto il costo del petrolio ben oltre i 110 dollari a barile, l’assedio iraniano sconvolge ancora di più gli equilibri mediorientali. Il paese più imbarazzato è proprio l’Arabia Saudita che rischia di perdere la propria centralità. Le possibili conseguenze sono quindi molteplici.
La prima che Riad sia costretta a portare a fondo la propria guerra contro gli Houthi. In realtà i sauditi hanno dimostrato una grande fragilità dal punto di vista militare. In tutti questi ultimi anni, malgrado i modernissimi armamenti forniti dagli americani e dagli europei, non è riuscita ad aver ragione degli Houthi. Oggi tutti si aspettano una forte reazione militare da parte di MbS, ma non è detto che l’esercito di Riad sia davvero in grado di condurre una vera e propria guerra. La seconda conseguenza è che Riad non riesce a trovare una facile alternativa all’alleanza strettissima con gli Usa: si pensi che la prima visita all’estero di Trump appena rieletto Presidente è stata proprio a Riad. Tuttavia per MbS è necessario trovare altre strade. La prima è avvenuta il 7 agosto con la creazione della cosiddetta Nato del Golfo: un accordo di reciproco aiuto militare firmato alla Mecca con Turchia e Pakistan. Uno strano trio dove la Turchia è nemica giurata di Israele e l’Arabia Saudita di Teheran. Il Pakistan è per di più una potenza nucleare più interessata a confrontarsi con l’India che ad occuparsi del Medio Oriente.
In effetti, questa vantata Nato non ha fatto una sola mossa in soccorso di Riad dopo l’attacco missilistico alla pipeline in provenienza dall’Iraq e neppure di fronte alla conquista degli Houthi della costa e delle isole che dominano lo stretto di Bab-el-Mandeb. È stata inoltre rinviata una ventilata riunione con l’Oman, gli Emirati e addirittura Teheran per trovare un accordo regionale (senza gli americani) per la gestione dello stretto di Hormuz e dell’intero Golfo arabico.
Questa ricerca di alternative si spiega bene anche alla luce delle ripetute richieste di MbS a Donald Trump di bombardare e bloccare dal cielo gli Houthi. Per ora Trump ha offerto solo ausilio di intelligence e inviato alcuni consiglieri militari. D’altronde per l’irresponsabile Trump si avvicinano le elezioni di midterm con l’aumento del prezzo del gallone di benzina del 36% e di conseguenza con l’evidente rischio di perderle. Alla fine a vincere, per ora, è Teheran