Christopher Nolan ce l’ha fatta ancora. D’altronde si sa: quando un suo film è in arrivo il tempo inizia a scorrere diversamente. Diventa un tempo di attesa, di speranza, la gente non vede l’ora di sedersi ancora sulla poltrona del cinema più vicino a casa, aspettare che le luci si spengano, e scoprire cosa il regista ha pensato di proporre questa volta. È una regola non scritta: ogni volta che Nolan torna al cinema, scatta la corsa per accaparrarsi i primi biglietti. Da sempre, il suo modo di fare cinema è, come viene definito, un “game changer”, quella cometa che illumina il cielo, porta novità, e poi scompare nuovamente.
Con oltre un miliardo di dollari incassati in tre settimane — record assoluto per il regista americano -, che supera persino “Il cavaliere oscuro” – “The Odyssey” conferma che il grande cinema può ancora parlare al cuore del pubblico contemporaneo, abituato alla dinamica dello scrolling infinito e del contenuto veloce. Ma dietro i numeri (il film è già tra i venti incassi più alti di sempre negli Stati Uniti) c’è una storia antica quanto l’uomo: quella del viaggio e del ritorno a casa.
Nolan, che ha girato gran parte del film in IMAX (un sistema di proiezione cinematografica che ha la capacità di mostrare immagini e video con grandezza e risoluzione superiore rispetto ai sistemi convenzionali) diventando così l’uscita con l’incasso più alto nella storia del formato, sceglie di raccontare il suo Ulisse/Odisseo (interpretato da un magistrale Matt Damon, probabile candidato agli Oscar 2027) non come un eroe di guerra, ma come un uomo che deve ritrovare la strada di casa e per farlo abbia bisogno di ritrovare prima sé stesso. Ed è qui che il film tocca una corda profonda, quasi spirituale: il viaggio di Odisseo non è rappresentato come la classica avventura, anzi. Ogni sfida affrontata dall’eroe è parte di un percorso interiore fatto di prove da superare, tentazioni, perdite e riconoscimenti.
È un tema che la tradizione cristiana conosce bene: la vita come pellegrinaggio, l’uomo come viandante in cerca di una casa più “alta”. Come Ulisse resiste al canto delle sirene, all’incantesimo di Circe, alla tentazione di fermarsi con Calypso, così ogni cammino umano — e ogni cammino di fede — chiede pazienza, fedeltà, la capacità di non smarrire la meta anche quando la strada si allunga.
Il successo planetario del film, capace di conquistare pubblico e critica nonostante il divieto ai minori negli Stati Uniti e una durata di quasi tre ore, dice qualcosa anche di noi: in un tempo di risposte immediate, milioni di spettatori hanno scelto di sedersi per un lungo viaggio. Forse perché, come Ulisse, tutti noi portiamo dentro la nostalgia di un approdo, di una Itaca cui fare ritorno.