“Se due di voi si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà” (Mt 18,19)

Letture: Ez 33,1.7-9; Sal 94; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

La Parola offre oggi nella responsabilità l’antidoto evangelico all’indifferenza che corrode le relazioni e spegne la fraternità. Non si tratta di un dovere ma di una risposta: responsabilità significa, infatti, vedere, ascoltare, farsi presente.

La prima lettura introduce la riflessione con l’immagine della sentinella. Il profeta non è un giudice ma un fratello che veglia e interviene per salvare. La sua missione è custodire la vita dell’altro, raggiungerlo perché possa cambiare strada e vivere. Paolo, nella seconda lettura, indica nell’amore la radice della responsabilità: chi ama non ferisce, non ignora, non lascia indietro nessuno. Per questo, l’amore è il compimento della legge, perché nell’amore si riconosce il volto stesso di Dio.

Il Vangelo ci mostra, infine, la responsabilità in azione nella comunità credente. Narrando una situazione di fatica e divisione, Matteo non introduce norme disciplinari ma un cammino di riconciliazione, posto immediatamente dopo la parabola della pecora smarrita (vv. 12-13). Notiamo che, contrariamente al racconto lucano, la pecora non è perduta ma solo smarrita. È un dettaglio decisivo: c’è ancora spazio per cercare, perché il Padre non vuole che nessuno vada perduto (v. 14). I vv. 15-17 concretizzano la parabola in un percorso scandito in tre tappe: un dialogo personale, il coinvolgimento di alcuni testimoni e infine dell’intera comunità. È un itinerario che prende sul serio la fragilità del fratello e la responsabilità di ogni discepolo.

Tuttavia, quando il fratello non ascolta, sembra che il testo autorizzi la comunità a lasciarlo andare: «Sia per te come il pagano e il pubblicano» (v. 17). Molti hanno interpretato questo versetto come una dichiarazione di esclusione, persino di scomunica, ma io ritengo che si tratti di una parola destabilizzante. Matteo utilizza, infatti, due categorie di persone “care” a Gesù: i pagani sono i primi cercatori e adoratori del Re dei Giudei (2,1-2) e una donna pagana stupisce il Maestro d’Israele per la sua grande fede (15,28); i pubblicani sono amici che Gesù cerca, chiama a seguirlo (9,9) e con cui condivide la tavola provocando lo scandalo dei farisei (9,10-11).

Il detto successivo, enigmatico e potente, conferma questa intuizione (v. 18). Il discepolo è posto davanti a una scelta: legare — cioè chiudere definitivamente la porta al fratello, convinto di aver fatto tutto ciò che la Legge richiedeva — oppure sciogliere, aprendo uno spazio di accoglienza e perdono gratuito. È la giustizia superiore del Regno, quella che imita la perfezione del Padre (5,48) e non si accontenta del rispetto delle procedure.

Con questo cuore nuovo, l’impotenza della comunità diventa preghiera (v. 19). In questo spazio povero e sacro, risuona la promessa di Gesù: «Se due di voi…»: non è un gesto di resa, ma un grido che sale al Padre perché l’unità sia ristabilita. La comunione diventa luogo in cui il Risorto vive, dove è possibile sperimentarne la presenza e viverne la
sequela (v. 20). La fragilità del fratello non rappresenta dunque una minaccia ma è l’occasione per riscoprire la vocazione della comunità a essere prolungamento dell’umanità stessa del Figlio nello scorrere della storia, luogo di misericordia che non si arrende perché la responsabilità cristiana non è mai chiudere un caso, ma tenere aperta una porta.
Chiediamoci: davanti alla fragilità del fratello, mi accontento di aver «fatto il mio dovere», oppure oso la via più difficile, quella della ricerca e della porta sempre aperta?

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