Il 12 settembre 1967 fu approvato il Piano Urbanistico Provinciale, con l’istituzione dei Parchi naturali Adamello Brenta e Paneveggio – Pale di San Martino (nel 1935 fu istituito il primo Parco naturale nazionale, dello Stelvio). Nel numero del 12 settembre 1967 in una notizia politica Vita Trentina segnalava che “con l’avvenuta approvazione del Piano Urbanistico Provinciale, la valle di Genova viene costituita in Parco naturale con la proibizione di ogni modificazione allo stato dei luoghi”.
L’istituzione nel 1967 dei Parchi naturali – Adamello Brenta e Paneveggio/Pale di San Martino – prevista dal Piano Urbanistico Provinciale della “seconda autonomia” non mirava solo a tutelare alcune unicità naturalistiche di risonanza europea (come la presenza originaria dell’orso in Val Genova e l’arrossamento estivo del Lago di Tovel), ma voleva ribadire come l’intera e complessa identità del Trentino, e quindi anche la radice più profonda della sua legittimazione alla specificità autonomistica, stava nel territorio: nella sua bellezza, certo, ma anche e forse soprattutto nel lavoro degli uomini che per secoli l’avevano rispettata, difesa e sostenuta con il loro lavoro, attento agli equilibri e ai limiti. Con orgoglio, ma senza presunzione. Non poteva essere, il territorio trentino, una posta di mercato, un oggetto da comperare e vendere, doveva venir sottratto alle spinte aggressive della speculazione come alla messa all’asta sulle piazze finanziarie.
Anche per questo doveva servire la nuova autonomia che mirava a superare le difficoltà di un Trentino “ piccolo e solo”, come ebbe a dire il presidente Bruno Kessler. Per questo, per la sua tutela (i “piccoli” vengono sempre fagocitati dai “grandi”) si apriva la sfida della facoltà di Sociologia capace di studiare problemi e occasioni globali. Al tempo stesso a questa visione globale veniva affiancata una presenza territoriale concreta, quasi “tattile”, come il territorio dei Parchi, che valesse da ancoraggio e da esempio “pratico”, – crescita di cultura dal basso – su ciò che un territorio significa e comporta: non è solo un contenitore di presenze e attività! La convinzione era che lo sviluppo di una comunità non si improvvisa, ma deve crescere sul patrimonio che la natura e il lavoro delle generazioni precedenti hanno predisposto con la loro fatica, la loro saggezza, la loro attenzione a non perdere mai il senso del limite.
Non va dimenticato, in questa prospettiva, che il Trentino già si presentava come polo turistico ambito, marginale ma d’eccellenza, per i flussi turistici d’oltralpe, volti alle imprese alpinistiche sulle Dolomiti ed alla ricerca di serenità lacustre sul Garda. Ma non va neppure dimenticato (e lo sapeva Kessler, sempre attento alle ricadute economiche delle decisioni amministrative) che il Trentino poteva vantare una tradizione di cura, tutela e destinazione pubblica dei beni territoriali con pochi riscontri in Europa. Basti ricordare la Foresta di Paneveggio, con tutta la grande cultura forestale (dalla Magnifica Comunità alle ASUC) che esprimeva all’insegna della gestione di quei beni comuni, di cui i Parchi diventavano la bandiera, per non scordarne l’identità profonda anche per rivendicarne il valore europeo. Non si trattava di chiudere una zona per tutelare qualche specie protetta, o di avere musei in quota, ma di mostrare come un’autonomia speciale potesse gestire con maggior efficacia un territorio, limitando le logiche distorsive ed autodistruttive dei “mercati” che proprio in quegli anni stavano portando avanti il “saccheggio” del territorio italiano soprattutto sotto l’aspetto edilizio.
Ne restano testimonianza la mostra “Italia da salvare” allestita da Italia Nostra su impulso soprattutto di Antonio Cederna, e “Montagna da vivere, montagna da salvare” promossa nel Trentino dal Filmfestival della Montagna. La visione identitaria e “politica” che animò l’istituzione dei Parchi fu manifesta a chi seguì da vicino la preparazione del Pup, ma non da tutti compresa. Soprattutto in alcuni ambienti prevalse l’impressione che essi esaurissero il loro ruolo nel porsi come “vetrina” di richiamo per i poli di attrazione turistica individuati dal Pup. Si cercò quindi da molte parti di ridurli ad etichetta pubblicitaria salvo poi svuotarli delle loro caratteristiche attraverso deroghe edilizie, strade, impianti, manufatti. Vi fu uno stallo fino all’inizio degli anni Ottanta quando venne approvata la legge attuativa (Walter Micheli) che ebbe il merito di avviare una “cultura di parco” fra le comunità locali. Un percorso non privo di difficoltà (previste), ma suscettibili di essere superate, via via che emergevano le potenzialità dei Parchi, ma anche alcune criticità del Pup e della legge stessa, spesso difficile da applicare per gli ostacoli dei tanti interessi diversi. I Parchi restano dunque una sfida per tutto il Trentino che deve ancora essere completata: ora s’è compreso “sul campo”, che ogni Parco ha una storia e una personalità propria che non deve, né può, essere stravolta. Fra le criticità s’è visto che i Parchi non sono riusciti a realizzare alcuni obiettivi che si ponevano: Tovel non è ritornato “rosso”, mentre i problemi dell’orso hanno preso un’altra strada. S’è capito che la tutela dei Parchi deve essere elastica, anche se rigorosa, aperta a una frequentazione umana “leggera”, ma non meccanica per impedire che tutta la pressione antropica si concentri nelle zone “pre-parco” (come le definisce lo stesso PUP), creando le situazioni oggi definiti di overtourism. Contemporaneamente s’è visto che ogni Parco deve seguire la sua vocazione, legata alla storia del loro territorio, alla pastorizia, agli alpeggi, all’agricoltura tradizionale sostenibile. I Parchi trentini non possono seguire l’esempio dei grandi Parchi americani, vasti quanto province intere, ma neppure di quello svizzero dell’Engadina, nato sul degrado di una discarca mineraria. L’equilibrio fra pascoli e bosco si rivela essenziale, il lavoro dell’uomo fa parte della storia dei parchi trentini. In questa visione una nuova frontiera che può aprirsi: le attività agricole tradizionali (malghe pascoli, fienagione, bosco… come poi sentieri e rifugi), fanno parte di una cultura di parco e come tali, assieme al lavoro degli uomini di montagna, con la sapienza delle manualità che lo sorregge, merita di essere sostenuto promosso, insegnato, tramandato. È questa la lezione attuale dei parchi trentini.