In Vigilio riconosciamo l’uomo della pace

Chi è Vigilio? La domanda suona strana, soprattutto se a porla è uno storico, che di solito chiede, o si chiede: chi era Vigilio? Eppure, nel momento in cui arriva il 26 giugno e le comunità civile ed ecclesiale si preparano a qualche festosa o solenne cerimonia, la domanda va posta, se si vuole vivere nel presente e non essere – per usare un’espressione ripresa da papa Francesco – solo custodi delle ceneri.

Chi è Vigilio? A questa domanda c’è stato più di un modo di rispondere; o, per meglio dire, ogni epoca si è specchiata nella figura del santo patrono trovando in lui conforto nella preoccupazione, ispirazione per l’impegno, motivi di speranza. Quando si contava sulla vicinanza fisica delle reliquie, le sue ossa promettevano la protezione dai pericoli quotidiani e la resurrezione dei corpi nell’eternità. Quando il potere temporale del vescovo e la sua possibilità di governare la comunità civile erano messi in dubbio, Vigilio era il pastore che collaborava con l’imperatore. Per chi si preoccupava della cultura e della perdita di contatto con l’antichità, Vigilio era il “giovane favoloso” che aveva studiato ad Atene. Se si riteneva necessaria una vigorosa lotta contro l’eresia, colui che in Rendena aveva abbattuto l’idolo dava un esempio di coraggio e determinazione. Di fronte a chi contestava la Chiesa guidata dal papa, ecco la figura del vescovo trentino vissuto e morto in piena comunione con Roma (qualcuno ne traeva anche conclusioni in chiave nazionale). Predicatori e artisti traducevano tutto questo nel linguaggio della propria epoca, prendendo dal testo noto come Passione di San Vigilio il materiale che poteva servire.

In epoche più recenti, lo sviluppo della conoscenza storica ha permesso di dare il giusto peso alle diverse fonti che ci narrano di Vigilio. E abbiamo scoperto (il merito principale va a Iginio Rogger, 1919-2014) quanto sia rischioso affidarsi alla Passio per conoscere la realtà dei fatti. Tale leggenda fu scritta due o tre secoli dopo gli eventi che pretendeva di narrare; volle esaltare senza riserve il santo vescovo, descrivere il suo zelo privo di tentennamenti, ostentare superiorità rispetto ai vicini e disprezzo verso chi viveva lontano dalla città; soprattutto, volle assimilare il destino di Vigilio a quello degli Anauniesi, così da immaginare che anch’egli fosse morto martire.

Siamo nell’epoca in cui la Chiesa ha riscoperto la ricchezza della liturgia comunitaria, si sente popolo di Dio in cammino prima che gerarchia, comprende meglio il significato della rivelazione e guarda al mondo con rinnovata simpatia: in questa epoca il Vigilio della storia è capace di parlarci molto di più di quello della leggenda. Alla domanda: “chi è Vigilio?” la Chiesa di Trento può dunque rispondere: colui che si impegnò perché la città e le valli trentine potessero conoscere la pace che Cristo dona. Un uomo che agì in modo paziente e graduale, senza forzature, mostrando rispetto per chi veniva raggiunto. Che vide nella sofferenza dei suoi missionari le conseguenze di un’ostilità che non derivava dalle persone ma dalla forza che semina discordia e violenza opponendosi radicalmente al Dio della vita.

E a chi cercasse di riesumare qualche secolare tradizione rivolta in altre direzioni, si può ricordare che l’umanità ha fatto passi avanti; questo vale per tanti campi della scienza, ma vale anche per le scienze umane, capaci di farci acquisire una migliore conoscenza del passato. Una conoscenza, non un’opinione.

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