Tra Trump e l’Ucraina: l’Italia e l’Europa

Foto EPA/ALESSANDRO GUERRA

Lasciamo da parte le sempre più stucchevoli diatribe sul referendum, ormai per lo più roba da curve da stadio (nonostante i “titoli” dei capi tifosi delle due parti). Il momento critico è sempre più la nostra politica estera che si deve misurare con la questione ucraina (entrata nel quinto anno di guerra) e con le persistenti intemerate di Donald Trump. Il tutto nel quadro di un sistema europeo che su questi punti non mostra grandi capacità di dare una linea.

Il problema ucraino ci mette davanti ad una prospettiva veramente drammatica. Kiev ha capacità di evitare la bancarotta solo fino a tutto marzo: può darsi che ci sia qualche drammatizzazione spinta, ma la sostanza della faccenda è questa. Perciò il finanziamento da 90 miliardi promesso dalla Ue è veramente vitale, ma alla sua erogazione si oppongono l’Ungheria e la Slovacchia, due tirapiedi dei russi, per dirla come va detta. Tutti sanno che il sistema europeo è bloccato dal principio dell’unanimità e questo dà ai due paesi un potere di veto senza senso, soprattutto perché sono percettori di molti finanziamenti e sostegni in cambio dei quali danno molto poco. Sarebbe ora di prendere il toro per le corna e sbloccare la questione delle decisioni all’unanimità, ma le resistenze non sono poche.

Fra queste la posizione incerta dell’attuale governo italiano, che in linea di principio non vorrebbe la riduzione del principio dell’unanimità, il cui superamento ovviamente metterebbe il nostro paese in prendere qualche distanza dal tycoon. I giudici della Corte sono in buona parte di nomina sua o dei conservatori, ma proprio questo lascia pensare che anche su quel fronte l’avventurismo dell’inquilino della Casa Bianca susciti preoccupazioni.

Questo si innesta in una politica europea dove le componenti decise a fronteggiare le impennate di Trump non sono affatto secondarie. Meloni non è del tutto avversa ad esse, ma vorrebbe sfruttare la posizione, che le pare di aver costruito, di interlocutore di peso del tycoon su questa sponda. Anche questo si inserisce nella strategia dell’accreditare un cambio di vento a livello mondiale a favore delle destre, ma soprattutto si spiega con la nostra dipendenza per tanti versi dai buoni rapporti con gli USA. Ciò non significa però staccarsi dal contesto europeo che alla nostra premier preme non poco per tante ragioni: sia di peso nelle relazioni internazionali sulla base di un certo rapporto particolare con la Germania di Merz (che in questo momento è in grado di muovere non poco soprattutto a livello di investimenti industriali), sia per il fatto che l’Italia del sostegno finanziario europeo ha ancora bisogno, tanto per quel che riguarda il pregresso (tra un poco cominceremo a pagare i prestiti per il Pnrr), quanto per quel che riguarda il futuro (se davvero si arriverà con gli eurobond al finanziamento dello sviluppo in settori chiave dell’alta tecnologia).

Certo una situazione così complicata avrebbe bisogno di qualche colpo d’ala in più rispetto alle cautele di Tajani e di qualche serio confronto con la parte responsabile delle opposizioni: cose difficili da avere coi tempi che corrono. Posizione di una certa debolezza perché non ha molte armi per condizionare gli altri membri nel caso di decisioni pregiudiziali per noi (il che è facile non in assoluto, ma in relativo: la nostra articolazione in molte lobby di settore può vedere normative che riducono a qualcuna dei privilegi). Però nello specifico il governo Meloni è tra i più convinti nel sostegno all’Ucraina, perché è consapevole che un crollo di quella frontiera sarebbe un disastro per il futuro degli Stati europei. In parallelo ha difficoltà a contrapporsi frontalmente ad Orban: non tanto perché ne abbia chissà che buona opinione, ma perché rappresenta comunque una componente di quel “vento di destra” che piace vedere come tendenza dominante e di cui Meloni si presenta come la faccia migliore. Ora il leader ungherese va verso elezioni nei prossimi mesi con sondaggi che non gli sono favorevoli e una sua caduta verrebbe sfruttata dalle nostre opposizioni come un presagio per l’inizio del tramonto dell’era delle destre, il che non fa gioco in questo momento alla maggioranza (ovviamente è tutto più fumo che arrosto, ma ormai la politica si manovra così).

A questo quadro si è aggiunta l’ennesima impennata di Trump che si è visto bocciare dalla Corte Suprema le sue scorribande sui dazi. Anche qui il segnale è ambiguo, perché potrebbe darsi, ma non è detto, che ciò significhi che una parte del sistema di potere statunitense comincia a prendere qualche distanza dal tycoon. I giudici della Corte sono in buona parte di nomina sua o dei conservatori, ma proprio questo lascia pensare che anche su quel fronte l’avventurismo dell’inquilino della Casa Bianca susciti preoccupazioni.

Questo si innesta in una politica europea dove le componenti decise a fronteggiare le impennate di Trump non sono affatto secondarie. Meloni non è del tutto avversa ad esse, ma vorrebbe sfruttare la posizione, che le pare di aver costruito, di interlocutore di peso del tycoon su questa sponda. Anche questo si inserisce nella strategia dell’accreditare un cambio di vento a livello mondiale a favore delle destre, ma soprattutto si spiega con la nostra dipendenza per tanti versi dai buoni rapporti con gli USA. Ciò non significa però staccarsi dal contesto europeo che alla nostra premier preme non poco per tante ragioni: sia di peso nelle relazioni internazionali sulla base di un certo rapporto particolare con la Germania di Merz (che in questo momento è in grado di muovere non poco soprattutto a livello di investimenti industriali), sia per il fatto che l’Italia del sostegno finanziario europeo ha ancora bisogno, tanto per quel che riguarda il pregresso (tra un poco cominceremo a pagare i prestiti per il Pnrr), quanto per quel che riguarda il futuro (se davvero si arriverà con gli eurobond al finanziamento dello sviluppo in settori chiave dell’alta tecnologia).

Certo una situazione così complicata avrebbe bisogno di qualche colpo d’ala in più rispetto alle cautele di Tajani e di qualche serio confronto con la parte responsabile delle opposizioni: cose difficili da avere coi tempi che corrono.

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