Oggi lunedì 20 ottobre, l’associazione “Sumud Universitaria” ha deciso di occupare il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Trento per protestare contro ciò che sta accadendo in Palestina.
“Bloccare tutto vuol dire fermare gli ingranaggi di un sistema complice, a partire dai centri nevralgici che compartecipano al genocidio del popolo palestinese, tra cui non possiamo non menzionare il nostro Ateneo – ha affermato l’associazione Sumud Universitaria in un comunicato stampa -. Questo, infatti, continua ad avere accordi e collaborazioni attive con gli atenei israeliani nei quali si produce un sapere che legittima e supporta concretamente il genocidio. Pretendiamo quindi che l’Università di Trento aderisca alla PACBI, che in quanto parte del Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni per i diritti del popolo palestinese), si batte dal 2004 per il boicottaggio delle istituzioni accademiche e culturali israeliane”.
Dalle prime ore del mattino, infatti, una cinquantina di studenti e studentesse si sono chiusi all’interno delle aule in via Verdi per impedire il normale svolgimento delle lezioni e tentare di far luce sulle richieste che stanno portando all’Università di Trento: “Sospendere questi accordi non basta: vogliamo la creazione di accordi con le Università Palestinesi per sostenere attivamente studenti e studentesse provenienti da Gaza. Pretendiamo anche la creazione di un canale umanitario privilegiato che permetta alle studentesse e agli studenti palestinesi di accedere ai programmi internazionali di UniTrento. Il rettore si limita a parlare di vaghe iniziative umanitarie nei confronti della comunità palestinese, senza fornirle un reale supporto. Ma ciò che da due anni stiamo chiedendo è la creazione di canali istituzionali: stabilire collaborazioni e accordi di ricerca e mobilità tra Università di Trento e Università in Cisgiordania e a Gaza. Questo è davvero l’unico modo in cui possiamo dare respiro a una comunità accademica soffocata da apartheid e genocidio. E riteniamo sia il minimo che dobbiamo fare in questa situazione. La nostra è una presa di posizione contro il ruolo politico delle istituzioni universitarie israeliane”.