Sistema culturale in Trentino, è allarme precarietà e bassissime paghe

Se il costo della vita, in particolare in Trentino, aumenta sempre di più, come confermano i più recenti dati sull’inflazione, per contro non si assiste a un adeguamento di salari e stipendi. Anzi, come accade nel mondo della cultura, capita che i compensi dei lavoratori finiscano per essere ridotti. L’ultimo episodio, come ha spiegato Jacopo Spezia della Slc Cgil, in occasione della conferenza stampa convocata mercoledì 2 aprile dal sindacato assieme a Fp e Filcams Cgil per fare il punto sulle condizioni di lavoro nel sistema culturale trentino, riguarda le maschere del Centro culturale Santa Chiara. “Ieri si è concretizzato il cambio appalto che per una parte dei 32 giovanissimi addetti comporterà un taglio del già ridotto salario orario. La nuova coop si rifiuta infatti di applicare un superminimo previsto contrattualmente, basandosi su un’interpretazione discutibile del contratto nazionale per i teatri”. Il risultato è che lavoratrici e lavoratori percepiranno non più 7,14 euro l’ora, ma 6,72 euro l’ora lordi. “Una riduzione misera di 0,42 centesimi, che proprio perché di così piccola entità risulta ancor più inaccettabile. Si lucra su paghe bassissime, su contratti part time di 3,5 ore a settimana”, la denuncia del sindacato.

Un problema, quello della precarietà del lavoro e delle bassissime paghe, condiviso da tantissimi lavoratori del settore, sospesi tra un appalto e l’altro, in molte occasioni sotto-inquadrati, spesso comunque non riconosciuti nelle loro professionalità e competenze. Addetti alle biblioteche, ai musei, alle aree archeologiche e ai teatri, sono lavoratori e lavoratrici che operano su appalti pubblici, “figli delle scelte di esternalizzazioni, di cui pagano spesso sulla loro pelle le conseguenze più pensati in termini economici e di condizioni di lavoro”, spiegano i rappresentanti sindacali. “Nel corso degli anni – fa notare il segretario generale della Fp, Alberto Bellini – questo sistema è stato definanziato, assecondando logiche di esternalizzazione sempre più feroci e linee di indirizzo sempre più particolaristiche, perdendo una visione di sistema”.

A complicare il quadro anche il fatto che spesso in un’unica realtà lavorano gomito a gomito addetti con contratti e trattamenti diversi, dipendenti provinciali, comunali, dipendenti privati inquadrati con contratti molto diversi e quasi mai con il contratto di riferimento del settore: un mosaico di trattamenti costruito il più delle volte al solo scopo di ridurre il costo del lavoro e i diritti. Sui mancati controlli e sull’assenza di assunzione di responsabilità da parte della Provincia e dei comuni insistono tutte e tre le sigle. “Quando chiediamo un incontro urgente alla committenza per chiarire la cosa non arriva nessuna risposta, nemmeno al sollecito”. Uno dei casi più recenti riguarda il Mart, per cui il sindacato ha chiesto, un anno fa, all’assessora Gerosa un incontro per praticare la contrattazione d’anticipo per evitare che nel nuovo capitolato d’appalto si ripetessero gli errori di quello precedente, ricaduti sulle lavoratrici, senza però ricevere risposte.

Per uscire da questa situazione è essenziale da un lato un forte investimento in cultura, ma anche una regia di sistema che consenta di indirizzare al meglio le varie politiche culturali e le politiche di esternalizzazione, concludono i sindacati, che chiedono la creazione di un osservatorio sugli appalti del settore in modo da impedire la giungla contrattuale esistente che non riduce i costi per la comunità, ma amplifica solo i guadagni di operatori privati che fanno margini importanti sulla precarietà delle condizioni dei loro lavoratori”.

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