Il grano e la zizzania, a inizio anno

La distruzione causata dalla guerra tra Russia e Ucraina (foto Polizia Nazionale Ua)

A ridosso del primo anniversario dell’invasione ucraina, nel 2023, martellava in testa la domanda su come potesse essere accaduto che le buone regole di collaborazione internazionale e le istituzioni preposte al mantenimento della pace fossero state messe fuori gioco e il mondo fosse già “infestato” dalla mala pianta dei nazionalismi arroganti e della propaganda bellicista più spudorata. Proprio come nel passo evangelico, l’immagine del campo rilanciava lo sconcerto: “Se abbiamo seminato grano, come mai è cresciuta la zizzania?”.

Non sono passati molti mesi, altri scenari di orrore e minacce nemmeno più solo evocate. Il grano? La zizzania? Forse non ci interroghiamo nemmeno più sulle istituzioni che speravamo stessero lì a proteggerci da nuove guerre. Tanto meno confidiamo più nel buon senso che basterebbe a scongiurare un’escalation militare. La cronaca ci snocciola, nelle mosse di un pugno di potenti sulla scena mondiale, la sintesi degli interessi che contano. Fra questi non ci sono le persone. Si trattiene il respiro. Siamo in un altro mondo.

Quei leader sulla scena (e molti sono freschi di elezioni) più che di autorevolezza, di visione e di disponibilità alla mediazione, sembrano vantarsi di un estremismo rozzo di linguaggi e di posizioni. Sanno esibire muscoli, ma non cultura; sono abili nelle spartizioni, non nella convivenza.

Alla marcia della pace, il primo gennaio, abbiamo voluto ridirci e ridire, così numerosi nelle strade di Rovereto, una necessaria scelta di fondo: la volontà, testimoniata con il corpo, di stare da una certa parte, quella delle vittime delle guerre. Dalla parte quindi della vita delle persone, di tutte. Volontà di disarmarci e di disarmare. Di negare il nostro contributo ad un’economia e ad una finanza che pretenda di crescere con la produzione delle armi. Di denunciare i tentativi di aggirare la legge 185 del 1990, come ha spiegato il prof. Marco Pertile (vedi pag. 4), per frenare il turpe commercio delle armi. Di rilanciare la campagna “Italia ripensaci” per portare il nostro Paese fra quelli che aderiscono al Trattato contro le armi nucleari. Di fare obiezione di coscienza alla militarizzazione dilagante della cultura e delle scuole.

A Pesaro i partecipanti alla Marcia nazionale della 58a Giornata della pace hanno ritmato i loro primi passi al canto di Mercedes Sosa: “Solo le pido a Dios – Solo questo chiedo a Dio”. Cosa? Che il dolore non mi sia indifferente. Che l’ingiustizia non mi sia indifferente. Che l’inganno non mi sia indifferente. Che la guerra non mi sia indifferente.

Siamo tornati allora al campo di grano e abbiamo lasciato che la Parola di Dio concludesse la metafora: “Lasciate che il grano e la zizzania crescano insieme fino alla mietitura” (Mt 13,30) e pure la sua spiegazione: “perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sia sradicato anche il grano”.

La zizzania cresce, oh come cresce! Ma cresce pure il grano! Eccome!

È più di un richiamo alla pazienza, da coltivare nell’Anno giubilare appena cominciato. È un invito ad aprire gli occhi e a guardare bene tutto quello che c’è da vedere. Tutto, non solo la zizzania. C’è altro: c’è il grano, il tanto grano. Non ce n’è meno della zizzania: è vangelo! Anzi, così quello cresce, fatto più forte, più buono, più alternativo, più grano, proprio da quel quotidiano lottare.

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