La COP29 si è conclusa da due settimane e quello che rimane a chi, come me, ha seguito i negoziati come rappresentante della società civile, è un grande senso di amarezza e delusione.
Ancora una volta l’occasione di riunire 198 Paesi del mondo per discutere, in un dialogo dove tutti hanno lo stesso peso, dagli Stati Uniti al Ciad, le soluzioni e le azioni concrete per rispondere alla crisi climatica, è stata sprecata. Questa COP avrebbe dovuto definire il nuovo obiettivo globale di finanza climatica: in altre parole, avrebbe dovuto mobilitare le risorse finanziare dei Paesi sviluppati necessarie per sostenere la transizione energetica e l’adattamento climatico dei Paesi in via di sviluppo. La cifra richiesta, basata sugli studi di tre economisti del clima (Amar Bhattacharya, Vera Songwe e Nicholas Stern), era di 1.300 miliardi di dollari all’anno. L’accordo raggiunto si ferma invece a 300 miliardi da qui al 2035: troppo poco, secondo i Paesi più vulnerabili e la società civile presente a Baku. Per gli Stati che dovranno mobilitare queste risorse, in forma di investimenti a fondo perduto, ma anche di prestiti, si tratta invece di un risultato già impegnativo, che va a triplicare l’attuale obiettivo di 100 miliardi di dollari all’anno.
A ben vedere, però, questo accordo sembra poco lungimirante anche per gli interessi dei Paesi sviluppati. Fornire adeguate risorse finanziarie per l’azione climatica, infatti, è fondamentale per aiutare le economie emergenti, dove si è verificato il 75% della crescita delle emissioni nell’ultimo decennio, a ridurre il proprio impatto climatico. Se il Sud del mondo verrà lasciato senza risorse, non potrà che raggiungere i propri obiettivi di sviluppo – l’uscita dalla povertà, la sicurezza alimentare, la salute – sfruttando a propria volta i combustibili fossili. In questo scenario diventerebbe dunque impossibile contenere l’aumento della temperatura media globale entro i 2 gradi, come richiesto dall’Accordo di Parigi. Proprio di questo si parlerà nella prossima COP, ospitata dal Brasile, a Belém, alle porte della foresta amazzonica: sarà il momento della verità, quali Paesi s’impegneranno seriamente per contrastare il riscaldamento globale?
La COP di Baku, svoltasi in un clima di sfiducia, complice anche la leadership azera, contestata da numerosi Paesi, ha messo in luce l’attuale profonda crisi del multilateralismo. Ma proprio i Paesi più poveri e più vulnerabili hanno provato a difendere la legittimità del processo ONU, sempre più sotto attacco da parte di petrostati e industria fossile, accettando un compromesso al ribasso, pur di non veder fallire l’intero negoziato. A Baku abbiamo visto un’Unione Europea debole, anche a causa delle divisioni interne e delle crisi politiche in Francia e Germania, che ha provato a riunire un fronte di Paesi più impegnati e ambiziosi in tema di azione climatica, senza però riuscire a ottenere grandi risultati. Anche il cambio di rotta della politica statunitense ha contribuito alla situazione di stallo, dopo l’annuncio del futuro presidente Trump di abbandonare per la seconda volta l’Accordo di Parigi. Anche quest’anno l’Italia è stata poco rilevante dal punto di vista politico e si è mossa al traino della posizione europea, pur senza rinunciare a dichiarazioni problematiche che hanno provato a difendere il gas naturale come fonte di energia sostenibile e puntare sulla fusione nucleare, una tecnologia ad oggi e nel medio termine non disponibile.
Perché continuare ad andare alle COP, come attivisti per il clima, come associazioni della società civile? Tre anni di Conferenze ONU in Stati autoritari e repressivi come l’Egitto, gli Emirati Arabi e l’Azerbaigian ci hanno fatto capire che serve continuare ad essere presenti per occupare uno spazio di partecipazione sempre più compresso e limitato. Serve anche per controbilanciare la presenza crescente di lobbisti dell’industria fossile e degli allevamenti intensivi. Dobbiamo cercare di costruire alleanze, proprio come abbiamo visto fare a Baku tra la società civile del Nord e del Sud globale, compatta e solidale nel chiedere maggiore responsabilità ai Paesi ricchi.