“Il Dio cristiano esiste come un Dio mite”, anzi “il suo DNA è la mitezza”. Molti lettori resteranno sorpresi e forse increduli davanti a quest’affermazione “poco praticata dalla teologia” e centrale nella nuova lettera di mons. Lauro Tisi. Ma questo volto di Dio, “innovativo e convincente” per don Lauro, non è una suggestione oleografica, per bilanciare le rappresentazioni del Dio giudice severo. E nemmeno un’astrazione buonista. Ne abbiamo riconosciuto la concretezza proprio in quei cinque profili di vescovi trentini saliti insieme sull’altare di San Vigilio il 26 giugno.
Ad accomunare questi nostri pastori forse è proprio la mitezza, intesa “alla don Lauro” non certo come remissività, ma come capacità di “aprirsi all’altro perché egli possa esistere”, sull’esempio del Mite per eccellenza: Gesù di Nazareth.
Una mitezza così diventa forza attraente per i non credenti, non è mai una subdola volontà di predominio; assume la credibilità di uno stile autorevole, ben lontana da una postura soltanto tollerante.
Pensiamo allora subito al profilo di mons. Luigi, arcivescovo da 35 anni, aperto a popoli e visioni orientali, stile missionario anche della carità, disponibile e sempre riconoscente – come ha detto nell’omelia – “verso chi ancora da fanciulli ci ha fatto scoprire Cristo e il suo amore”.
E poi il suo compagno di Messa, giusto sessant’anni fa, padre Adriano, spiritualità francescana e concretezza trentina, nei quali tanti giovani e bambini peruviani hanno visto i tratti del padre e poi del nonno generoso. Vescovo da vent’anni, ora emerito di Mossorò, è anche il “brasileiro” dom Mariano che in pochi anni ha ordinato una cinquantina di preti locali, forse anche grazie alla ferma dolcezza moriana con cui si è battuto per i poveri. Ma la mitezza è perseguita nell’atteggiamento stesso del vescovo don Lauro – a volte anche impetuoso, quando s’appassiona a narrare i tratti del falegname di Nazareth – che si prepara ad affrontare fra pochi mesi una lunga visita pastorale, “testimonianza dell’irriducibile misericordia di Dio” (così lo ha citato Bressan in Duomo). Infine, l’ultimo profilo, don Ivan, il pastore più giovane da un anno e mezzo a Perugia, voce sommessa del dialogo ad oltranza; anche lui contribuisce – insieme anche ai vescovi assenti Bregantini, Zendron e Filippi, pure pastori miti – a comporre il mosaico trentino della mitezza. Che non è certo esclusiva dei vescovi, anzi. Resta sempre un’impresa di Chiesa, scaturita dalle comunità di origine e a loro affidata: nell’ascolto del Vangelo, nella “vigilanza” (come insegna il patrono del 26 giugno) verso i poveri, nella spinta indispensabile alla missione.
“Ci è chiesto di abbandonare un modello di Chiesa tendenzialmente triste e immusonita – ha scritto mons. Tisi nella sua lettera – per abbracciare una Chiesa che guarda al mondo e al tempo in cui vive non con risentimento o con ostilità, ma con gli occhi dell’amore inclusivo di Gesù. Anziché attardarci a lamentare l’assenza di partecipazione alle nostre liturgie, perché non provare piuttosto a immaginare e spenderci per dar vita a un’Eucarestia che sia festa per la possibilità di attingere alla stessa mitezza di Dio?”.