È una teoria che mette al centro l’uomo e la sua creatività quella che il premio Nobel 2006 Edmund Phelps ha presentato al Festival dell’economia di Trento per descrivere la crescita dei Paesi. “I governi dovrebbero tenere conto di tutto questo – ha detto – per far fronte al rallentamento della crescita economica che stiamo vivendo: dovrebbero eliminare certe regolamentazioni invadenti, favorire gli innovatori. Allo stesso modo, le aziende dovrebbero lavorare in favore dell’eliminazione delle gerarchie, che non favoriscono il flusso di idee, e gli economisti cominciare a tenere conto anche di tutti quei valori economici che però non hanno un “peso” commerciale”.
In una lectio magistralis il Premio Nobel statunitense, classe 1933, ha ripercorso tutta la sua carriera, dagli anni ‘60 e la rivisitazione delle teorie classiche di Keynes, fino agli appunti sulle teorie di giustizia economica di Rawls alle valutazioni sul tassi di disoccupazione degli anni ‘90.
“Tutto ciò che di nuovo c’è stato nel periodo di maggiore crescita economica senza precedenti dell’Occidente, durata circa un secolo, veniva dalle persone, dalla gente comune che lavorava in una molteplicità di aziende, dalle scoperte, dalla creatività che dava vita a nuovi metodi e nuovi prodotti”, ha spiegato Phelps. “In questo lungo percorso, i tre effetti principali furono: individualismo, vitalismo e dinamismo, sviluppatisi in successione. Con individualismo – che non è l’egoismo – intendo tutta quella deriva rinascimentale in cui gli uomini si scoprirono creativi, pensatori, rifiutarono le convenzioni e svilupparono l’indipendenza economica; per vitalismo intendo ciò che fu proprio della prima modernità, quindi un lavoro interiore sul sé e sulla propria evoluzione personale; infine per dinamismo intendo l’espressione di questo sé in un’imprenditorialità nuova e innovativa”.
Il dinamismo, valore centrale per Phelps anche nell’economia contemporanea, è ciò che può contrastare in maniera effettiva e reale la stagnazione economica, il rallentamento dei salari e conseguenze da essi derivate come le tensioni sociali. “Dobbiamo tornare a coltivare i valori moderni positivi. Dobbiamo pensare il lavoro come elemento in grado di creare stima di sé e da parte della società, di creare benessere non in senso economico ma inteso come possibilità dell’avere una vita piena e ricca, fiorente. E gli economisti devono cominciare a tenere conto anche di questi elementi non pecuniari: le sfide, i successi, il pieno godimento della vita lavorativa individuale“.