Trent’anni di export di armi. I dati e la campagna “Banche armate”

Durante i trent’anni di applicazione della Legge 185/90 che regola l’export militare (denominata “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”) sono state autorizzate esportazioni dall’Italia per materiali d’armamento per un controvalore di 97,75 miliardi di euro a valori correnti (che diventano 109,67 miliardi di euro con il ricalcolo a valori costanti 2019).

È ciò che emerge dai dati diffusi in occasione del trentesimo anniversario del voto di approvazione della legge (9 luglio) da Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace, che hanno voluto celebrare questa norma a partire dall’analisi delle cifre che hanno contraddistinto i primi trent’anni di una legge avanzata ed innovativa nei principi e nei meccanismi, ma che ha perso molta della propria efficacia a causa di modifiche e applicazioni non corrette.

La situazione di distanza tra lettera della legge – con il suo divieto ad esportare armi verso Paesi in stato di conflitto armato, sotto embargo internazionale, con politiche in contrasto con l’articolo 11 della nostra Costituzione, con gravi violazioni dei diritti umani e comunque sempre seguendo la direzione della nostra politica estera – e l’applicazione soprattutto recente è ben delineata dai dati.

Il trend evidenzia una forte risalita nell’ultimo decennio che fa seguito ad un primo rialzo avvenuto tra il 2006 e il 2010 poi attenuato dalla crisi finanziaria globale: dopo un paio di decenni di applicazione abbastanza rigorosa i Governi hanno iniziato ad avere come obiettivo il sostegno all’export militare e non il suo controllo. Nel solo lustro 2015-19 le autorizzazioni (a valori correnti) sono state di poco superiori a quelle totali dei quindici anni precedenti (44 miliardi contro 43,5 e situazione di sostanziale pareggio anche considerando valori costanti al 2019). Sempre considerando i soli valori correnti (situazione che ovviamente cambia, ma non di molto, con la rivalutazione) si nota come gli sono relativi al quinquennio 2015-2019 (cioè quasi il 30% del totale, come lecito aspettarsi visto l’aumento delle autorizzazioni che comportano successivamente più consegne). Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace sottolineano che questo dato è un buon indicatore, ma non così affidabile per esprimere il controvalore complessivo dei sistemi militari effettivamente esportati.

Gli ultimi cinque anni, rilevano le due organizzazioni, hanno accentuato la tendenza ad esportare al di fuori delle principali alleanze politico-militari dell’Italia (cioè verso Paesi non appartenenti all’UE o alla Nato): il 56%, cioè 24,8 miliardi contro 19,2 miliardi.

Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace evidenziano la contraddizione: in tutto il corso di applicazione della legge 185/90 più della metà dell’export è stato autorizzato al di fuori della naturale area di azione internazionale dell’Italia: eppure – secondo il testo della norma – le esportazioni di armamenti ”devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia”. Una situazione che è figlia di una spinta alla vendita verso gli Stati del Medio Oriente.

Negli ultimi 5 anni i primi 20 Paesi della classifica (su un totale di circa 90 destinatari) hanno tutti ricevuto oltre 300 milioni di euro di autorizzazioni. In testa troviamo due Stati autoritari mediorientali come Kuwait e Qatar (per le maxi-commesse di aerei e navi) seguiti da vicino da Regno Unito e Germania (soprattutto per la cooperazione Eurofighter) e ad una distanza maggiore da Francia, Stati Uniti d’America e Spagna. Subito dietro, grazie ad una serie di copiose licenze negli anni più recenti, altri Paesi problematici come Pakistan, Egitto, Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. A completare la “Top15” troviamo Norvegia, Australia e Turkmenistan.

Considerando tutti e tre i decenni, i primi 10 Paesi di destinazione delle armi italiane sono stati il Regno Unito (10%), seguito da Kuwait (8,4%), Qatar (7,1%), Germania e Stati Uniti d’America al 6,3%, Arabia Saudita (4,9%), Francia (4,3%) ed Emirati Arabi Uniti (4%). Infine troviamo la Spagna e la Turchia al 3,7%. Le prime 10 destinazioni complessivamente assommano a poco meno del 60% di trent’anni di autorizzazioni individuali.


Il logo della campagna “Banche armate”

La campagna: “Banche armate” nel mirino

La legge sull’esportazione di armamenti fu fortemente voluta da ampi settori della società civile italiana. A trent’anni esatti dal voto di approvazione della 185/90 sono ancora le associazioni e le reti della società civile a difenderla e chiederne l’attuazione precisa e rigorosa. “Continueremo a farlo denunciando ogni manomissione, disapplicazione, aggiramento e soprattutto sottolineando le ingenti forniture di sistemi militari ai tiranni di mezzo mondo”, promettono Rete Disarmo e Rete della Pace. In occasione dell’anniversario, le riviste Missione Oggi, Mosaico di Pace e Nigrizia, insieme con il movimento Pax Christi, rilanciano la Campagna di pressione alle “Banche armate”, promossa 20 anni fa.

Un rilancio necessario, visto l’emergere di alcuni fenomeni giudicati molto preoccupanti: la tendenza da parte degli ultimi governi a incentivare le esportazioni di sistemi militari anche a Paesi verso cui sarebbero vietate e, contemporaneamente, il graduale allentamento da parte di diversi istituti di credito delle rigorose direttive che avevano emesso alcuni anni fa allo scopo di poter finanziarie e offrire servizi bancari anche a aziende che producono ed esportano armamenti a Paesi ricchi di risorse energetiche, ma pesantemente coinvolti in conflitti e violazioni.

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