El Bortól, il mago delle lunghe estati

El Bortól, nella plaga magica dei ricordi, è sempre stato per me il mago delle lunghe estati giocate a nascondino fra boschi e prati

El Bortól, nella plaga magica dei ricordi, è sempre stato per me il mago delle lunghe estati giocate a nascondino fra boschi e prati, a cavalluccio del sole e dei temporali.

Era il postino di Canal San Bovo, un paesino del Primiero nella Valle del Vanoi che pareva dipinto dal tempo con mani leggere e quando, con la sua borsa di corame gonfia di lettere, andava a piedi a consegnare la posta nelle frazioni e nelle contrade vicine, io gli facevo compagnia arrampicando per scorciatoie e sentieri che portavano alle vecchie baite e ai masi sperduti sui fianchi della montagna.

In quei lontani anni Cinquanta, Canal San Bovo era una piccola mano allargata di case con i balconi di legno fioriti; immaginate cosa potessero essere le frazioncine che gli facevano corona: tutto pareva fermo come in una vecchia fotografia graffiata dai disastri di una guerra appena finita.

L’Anéta, moglie del Bortól era amica di mia madre. Ci affittavano una stanza che somigliava a un solaio per una pipa di tabacco perché si potesse stare ai freschi. Allora l’estate durava più di tre mesi e io e mio fratello la vivevamo come una grande avventura.

Ancora non sapevo né leggere né scrivere, però, mano nella mano del Bórtol ho ripercorso tante storie della gente di quei luoghi attraverso il suo raccontare fiorito di soprannomi, di accadimenti lieti e tristi che parevano quasi leggende. Al Bórtol piaceva un sacco ciacolare mentre si camminava, quasi sempre in salita, con la canzone dei boschi in sottofondo e l’armonia dei prati che invitavano a fare capriole. Mi faceva raccogliere nel pugno fragole e mirtilli per mangiarli lentamente e riprendere fiato, mi faceva notare la resina gocciolante dalle cortecce dei grandi abeti, a volte riuscivamo a vedere gli scoiattoli, mentre nel cielo le nuvole prendevano forme fantastiche.

Quando la gente lo vedeva arrivare si preparava ad accoglierlo come fosse un personaggio importante, lo salutavano con deferenza come facevano con il parroco, con il sindaco, con il medico:

«Bórtol, gh’èlo novità?» – «Me dispias, forsi doman».

Scrutavo le ombre su quei visi bruciati dal sole. Quanto mi sarebbe piaciuto scrivere loro una cartolina inventando le parole che attendevano nel sogno, le notizie delle persone care che la guerra aveva disperso o che l’emigrazione aveva sparso per il mondo. Le aspettavano per alleggerirsi il cuore e guarnire i vetri scorrevoli della credenza piena solo di santini e preghiere.

Le storie delle famiglie isolate nei masi con i prati da falciare, le bestie da accudire, mi affascinavano già allora. Leggevo negli occhi delle madri l’attesa trepidante di un cenno di vita del figlio soldato ancora disperso in Russia; fra i ricci spettinati delle spose avrei voluto intrecciare fiori di campo che i mariti lontani, per lo più lavoratori in Svizzera, sicuramente avrebbero raccolto per loro. Componevo mazzolini su mazzolini mescolando i colori, la tosàta dei fiorati mi chiamavano. Era il tempo che potevi raccogliere quello che volevi e i prati si agghindavano alla grande senza risparmio di varietà e bellezza.

Io, insieme al Bórtol trovavamo i finferli e le brise in mezzo ai muschi, dove nessuno li scovava mai. Portavo sempre con me un cestino e mi pareva di essere Cappuccetto rosso.

Nel nostro andare rincorrevo saltellando l’ombra lunga del Bórtol standoci dentro tutta. Ogni tanto, quando c’era da attraversare un ruscello o da scavalcare qualche tronco sul sentiero, mi teneva fissa per mano. Annusavo la borsa di cuoio che teneva a tracolla appoggiandomi col viso immaginando di essere una letterina, una cartolina, quella che tutti attendevano con il batticuore.

Tengo ancora preziosi nell’anima il timbro gioioso della sua voce, i canti di montagna che mi ha insegnato, lo sguardo saggio delle persone che incontravamo.

E intanto, il capitello del Cristo assassinato pareva ringraziarmi quando ci fermavamo per lasciare un fiore, una preghiera prima di arrampicare sempre più in alto.

«En biceròt Bórtol, en tòch de formai al bait dei pradi alti?» – «Sarà per n’altra volta

Orsola!» La donna allora si asciugava gli occhi, mentre rimestava la polenta nel paiolo appeso alla catena.

Che fatica arrampicare sugli sgrèbeni per una cartolina! E che felicità quando vedevi le stelle tremolare nello sguardo di chi la riceveva! Mi sentivo anch’io una postina quando il Bórtol mi posava sui riccioli il suo berretto con la visiera.

Gli facevo compagnia, gli volevo bene perché somigliava al mio papà. M’insegnava il nome delle erbe e dei fiori:

«Sta chi l’è l’erba mentolina, prova a sfregolartela sui denti, te sentirai che frescura! – «Gesùmaria che bianchi che i è deventadi, par quei dei moreti de l’Africa!»

Quanto ho strofinato, Bórtol, quanto ho riso al sole e al vento in quei mesi d’estate bambina!

Ho sempre atteso nella vita con trepidazione l’arrivo del postino, sbirciato nella buca delle lettere per scorgere una busta bianca .

Attendo ancora una lettera per me, la lettera che non potrà mai arrivare da quell’Altrove dove il Bórtol forse mi guarda e scuote la testa, vedendo la donna che sono diventata, sapendo che tutte le mie fantasie sono rimaste miracolosamente intatte, appese a quella sensazione di sicurezza che mi dava la sua borsa di cuoio a tracolla, dove appoggiavo la guancia per sentirne il profumo.

Lilia Slomp Ferrari

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