Don Marco, prete oltre confine

Dalla canonica di Fara, abbarbicata sui colli sabini, nelle mattinate terse si vede il cupolone di San Pietro: meno di un'ora di macchina, sulla Salaria, per la capitale. Quelle erano anche le giornate in cui al parroco, trentino ma laziale di adozione e con il pallino per l'elettronica, riuscivano al meglio i collegamenti-radio a lunga gittata, compreso verso quel Brasile dove aveva vissuto cinque anni, da missionario comboniano, subito dopo l'ordinazione in cattedrale a Trento nel 1956.

Nella stessa parrocchiale di San Viglio (a pochi passi dall'abitazione di via Mazzini, sesto di undici figli) a don Marco Franceschini, spirato il 1 febbraio alla Casa del clero, è stato riservato l'ultimo saluto, lunedì scorso, con la s. Messa presieduta dall'arcivescovo Lauro.

Lungo i suoi 88 anni di vita don Marco ha abbracciato, non solo idealmente, una fetta ampia di Chiesa: quella oltreoceano e poi, per quasi trent'anni, la diocesi suburbicaria di Sabina-Poggio Mirteto, parroco dei paesi di Cottanello e Fara e ai vertici dell'Istituto Sostentamento Clero. Nel bagaglio del rientro in Trentino, come apprezzato parroco a Villamontagna e collaboratore a Sant'Agnese di Civezzano, un pizzico di motivata nostalgia per la terra sabina, con cui ha sempre mantenuto solidi legami personali. Accanto a quell'innata curiosità, mai sopita anche quando la salute non gli ha sorriso, e fonte della più recente scoperta: la spiritualità di don Giussani. “Quella orientata – ricordava don Lauro nel commiato – all'incontro personale con il volto di Gesù, a cui ora lo affidiamo”.

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