Il valore della vita comunitaria al centro del convegno dei catechisti domenica scorsa. Bignardi: “Anche le nostre case possono essere luogo di convivialità”
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"Una comunità esiste lì dove contano le relazioni e le esperienze di vita ed è illuminante l'esempio offerto dalla prima comunità di cristiani, capace di restare unita dopo la morte di Gesù: un modello di esperienza comunitaria anche per noi oggi".
È uno dei passaggi chiave dell'intervento dell'ex presidente nazionale di Azione Cattolica Paola Bignardi, esperta in temi educativi, ospite al convegno annuale diocesano dei catechisti, chiamati a riflettere su un tema chiave, "Una comunità che genera vita", all'insegna del "riscoprirsi comunità, per educare alla comunità", svoltosi domenica 5 novembre nell'aula magna del collegio Arcivescovile di Trento.
Al momento di preghiera iniziale, guidato da don Rolando Covi, responsabile dell'Ufficio catechistico, è seguita l'intensa riflessione dell'arcivescovo Tisi che ha ringraziato i catechisti per il loro servizio : "Essere comunità cristiana significa attuare dentro l'esistenza concreta la dinamica che ha caratterizzato la vita di Gesù: vivere nel dono di sé agli altri. L'unico uomo veramente tale è lui, noi non siamo pienamente umani, abbiamo zone oscure, componenti narcisistiche e disumane; al tempo stesso, nell'uomo Gesù vi è la narrazione di Dio: Dio non lo si racconta con la teologia, lo si narra con la vita e compito della catechesi è mostrare l'amore incondizionato di Gesù, lavorando per arrivare a dire, insieme al centurione, che era veramente figlio di Dio, e a chiedere, insieme al buon ladrone, di ricordarsi di noi".
"La cultura odierna è caratterizzata da un individualismo esasperato che ostacola la costruzione del noi – ha detto Bignardi -, e ciò genera nei giovani senso di estraneità e lontananza dalla comunità, e poi dalla Chiesa, dalla fede e da una visione cristiana della vita. L'iniziazione cristiana ai ragazzi dà un insieme di conoscenze più che il senso di appartenenza ad una comunità, mentre dovrebbe essere un'esperienza di accompagnamento capace di costruire legami importanti e di coinvolgere in una missione comune. Dobbiamo ascoltarli senza giudicarli, traendo dalle loro osservazioni la spinta a vivere in modo più umano l'essere comunità cristiana".
I primi cristiani hanno coltivato un ideale di comunità nonostante le difficoltà del vivere insieme: "Erano persone non perfette, che hanno conosciuto la fatica di capirsi, ma salvate, ed era la comune fede nel risorto a dare loro la forza di andare avanti, rendendole capaci di ricominciare ogni giorno la vita insieme. La fede trasforma le relazioni rendendole solidali e fraterne, ci rende capaci di fare famiglia, e costruire un'esperienza di comunità significa proprio essere parte di un processo dinamico in cui si ricomincia, sempre".
La comunità, infatti, è una realtà in continuo divenire e "la pedagogia di Gesù è illuminante: ha chiamato degli uomini a far parte di un gruppo, li ha resi appartenenti gli uni agli altri e poi ha fatto sperimentare la relazione con lui e tra di loro, nella condivisione di emozioni, compiti, responsabilità, insegnando a piccole dosi le cose essenziali: che siamo figli amati, peccatori perdonati, fratelli responsabili gli uni degli altri". Un'esperienza talmente forte che, anche dopo la sua morte, i discepoli hanno continuato a stare insieme: "La comunità cristiana si è costituita per chiamata, diventando poi generativa di un'umanità intensa e di gioia legata al poter sperimentare una dimensione di accoglienza e comunione, perciò avevano capito che vale la pena vivere così e che, solo restando insieme, avrebbero potuto essere fedeli a quanto avevano vissuto con Gesù".
Al termine dei lavori di gruppo sono emersi altri significativi spunti di riflessione: costruire un senso di appartenenza che faciliti il cammino di fede dei giovani loro affidati non è un compito spettante unicamente ai catechisti, ma deve essere "un'azione diffusa", portata avanti da ogni membro della comunità; le parrocchie sono ancora spazi di incontro e di dialogo, ma occorre evitare che si riducano a luoghi dove l'esperienza religiosa viene vissuta come qualcosa di privato. "Anche le nostre case – ha evidenziato Bignardi – possono essere luoghi del pensiero e della convivialità, dove ritrovarsi per parlare di vita e di fede".