Balla coi lupi…in oratorio!

I Luf, gruppo folk-rock della val Camonica, cantano la tragedia dei migranti. In anteprima il loro tour invernale nell'intervista al cantante e leader Dario Canossi. “Il Trentino? Come una seconda patria”

Delaltèr, dall'altra parte, c'è chi deve lasciare la sua terra devastata dall'orrore dalla guerra. C'è chi viaggia a braccetto con la morte portando la sua croce su un barcone. Dall'altra parte, partire può significare non arrivare. “Delaltèr” è anche il titolo del nuovo lavoro dei Luf (“lupi” in dialetto bresciano), gruppo folk-rock nato all'alba del 2000 in val Camonica, contraddistinto da testi ricchi di riferimenti all’attualità e all’impegno sociale.

Uscito nella Giornata del rifugiato, il 20 giugno scorso, l'album, che si può ascoltare sul sito www.iluf.net, sarà portato in tour invernale negli oratori di tutta Italia. Un progetto che sta prendendo forma in questi mesi e che Dario Canossi, cantante e leader del gruppo, racconta, in anteprima, al nostro settimanale.

Dario, perché questa scelta?

Chi sta dicendo cose sane e sagge sul tema dei migranti è sicuramente papa Francesco, la voce più credibile e autentica che rappresenta la Chiesa e di conseguenza anche le parrocchie.

E gli oratori.

Proprio in queste realtà ci sembrava opportuno portare il nostro progetto, là dove il terreno è più fertile, dove può nascere e crescere qualcosa. Dove si sa di cosa stiamo parlando, dove c'è volontà di ascolto e di capire. In più gli oratori dispongono spesso di strutture adeguate e così abbiamo deciso di mettere assieme le due cose.

Quando parte il progetto?

Stiamo “costruendo” le alleanze, i contatti, per partire a gennaio. Vogliamo portare la nostra musica in tutta Italia, per non rimbalzare sempre tra Como, Lecco e Brescia dove, sia chiaro, ci troviamo comunque benissimo.

Insomma, allargare gli orizzonti.

Il messaggio che vogliamo portare può arrivare ovunque ma come sempre andremo dove ci chiamano, perché solo cosi c'è la sicurezza che dall'altra parte ci sia vero interesse.

Sarà un tour solidale…

Stiamo creando una rete di rapporti, raccogliendo le idee. Siamo in contatto con UHMCR, di recente abbiamo regalato un concerto alla Grande Casa, cooperativa che lavora nell'ambito dell'accoglienza. In questi mesi sceglieremo tra le varie proposte cosa finanziare con parte del ricavato dei nostri concerti.

Parliamo del disco e del suo filo conduttore: il viaggio di chi è costretto a lasciare la propria terra.

Quello dei migranti è un tema radicato, per noi, e purtroppo al centro da tempo. Non a caso il disco acustico si apre con “O pescatore che peschi” e comprende “Stella Clandestina”, entrambi pezzi datati. In questo momento non era possibile fare un album che non parlasse di questo. Non poteva semplicemente essere anche su questo, è un disco che parla di queste cose qua, totalizzante. “Lampecrucis” è la canzone simbolo del nostro lavoro assieme a “Verso un altro altrove”, che è anche il sottotitolo del disco, nelle tre versioni folk, rock e acustica. Come dire: se non l'hai ancora capita te la rifaccio…

E poi c'è l'Ave Maria migrante…

C'è chi va “verso un altro altrove”, così come la nostra Ave Maria, che sta prendendo una strada tutta sua. Che un gruppo come il nostro scriva un' Ave Maria può suonare storto per qualcuno. Ma era importante scriverla per ricordare tutti quelli che fanno finta di pregare questa Madonna ma la vogliono tutta per sé, bella dorata sul Duomo di Milano, e poi “a casa loro tutti quelli che non sono come me”. La nostra Ave Maria migrante è la madre di tutti i clandestini. L'ho suonata anche in chiesa, su desiderio di padre Mario Pacifici, missionario bergamasco in Malawi, che in occasione dei suoi 40 anni di Messa ha anche chiesto 100 copie del disco da regalare. Una cosa davvero bella, non mi sarei mai immaginato che alla fine della celebrazione la gente venisse a farmi i complimenti: vuol dire che il messaggio era passato.

La parola obbliga a pensare, insomma.

Quando un tema è costantemente sulla bocca di tutti, il rischio è che diventi scontato. Recentemente mi è capitato di assistere a Milano a una serata con le fotografie di Massimo Sestini: anche l'espressione di chi ora arriva sui barconi è diversa dai primi. Per loro è quasi scontato essere fotografati. E allora, ancora di più per noi tutto diventa consuetudine, tutto rimane epidermico, scontato. Diamo per scontati anche i morti, che diventano “incidenti collaterali”. Ma come si può mai pensare che una vita possa sparire in questa maniera? O che una persona che arriva chiedendo aiuto possa essere rifiutata?

E la musica può aiutare a far passare questo messaggio?

Dovrebbe cercare di arrivare a un livello interiore, sotto pelle. Cantare dei migranti non è “moda”, non si può lasciare perdere perché tanto l'hanno già fatto altri e io non solo il primo. Penso che il ruolo dell'artista sia quello di tenere vivi alcuni temi all'interno della nostra società, quello di dar fastidio. Un artista che ti da solo tranquillità è soporifero, pericoloso.

Ma con i Luf si fatica a stare fermi…

Siamo felici quando vediamo la gente che si muove, che balla sotto il palco. Ma vogliamo dare anche un po' di fastidio, dire cose che magari non si vorrebbero sentire, per dare modo di riflettere già mentre si torna a casa dopo il concerto, perché senza pensiero non c'è cambiamento. Tramite le gambe arrivare al cuore e restarci un po', insomma. Sempre col sorriso sulle labbra. In stile Luf.

vitaTrentina

Got Something To Say?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Il periodo di verifica reCAPTCHA è scaduto. Ricaricare la pagina.

vitaTrentina