A est delle montagne

Tante e diverse le proposte, in un Festival ancora in cerca di un volto personale. Tra i favoriti in concorso l'Inferno cinese

Più di una ventina di documentari in concorso. Complessivamente, oltre un centinaio di opere sparse nelle varie sezioni. Il 64° Trento Film Festival ha passato il giro di boa e sabato 7 maggio saranno proclamati i vincitori. Il festival ormai “abbraccia” molteplici sguardi, non solo montani. Una realtà ben riassunta da quanto finora si è visto in concorso. Sherpa, di Jennifer Peedom è, ad esempio, un documento di notevole interesse. La regista australiana, mossa dalle tensioni che si registrarono nel 2013 tra Simone Moro e alcuni sherpa per le quali si arrivò alle mani a causa di un insulto rivolto loro dall’alpinista bergamasco, si è trovata nel bel mezzo, l’anno seguente, di un’immane tragedia, la morte di 16 sherpa (“a servizio” di una spedizione commerciale sull’Everest), sotto una valanga. Con un crescendo di ostilità e nervosismo che, a quanto sembra, ha cambiato radicalmente il rapporto tra questi “schiavi” della montagna (a cui sono sempre andate le briciole) e i business-men d’alta quota i cui clienti sono disposti a spendere anche 100mila dollari per arrivare in vetta (il che non ha bisogno di commenti).

In corsa verso la Genziana d’oro, perlomeno tra i papabili come miglior film, potrebbe esserci Behemoth del cinese Zhao Liang già in concorso all’ultima mostra del cinema di Venezia e che al Lido, fino all’ultimo, sembrava potesse entrare nel palmarès dal quale è stato poi escluso (se non per un premio minore) seguendo così le strane alchimie di qualsiasi appuntamento festivaliero. Chi se lo fosse perso può recuperarlo venerdì 6 maggio al “Modena” (ore 17,15). E’ uno straordinario “affresco” dell’infernale, (a Dante si ispira il regista), realtà in cui sono costretti a vivere e lavorare gli operai delle miniere di carbone della Mongolia centrale. Ma anche una vera opera d’arte cinematografica, forse con qualche estetismo di troppo, ma potente e visionaria. Girata tra mille difficoltà e minacce da parte delle autorità.

In questa personalissima e parziale carrellata non può mancare il sud coreano My love, don’t cross that river di Ji Mo-young. Commovente, tenerissimo ritratto di una coppia di anziani coniugi che vive insieme da 76 anni. Un amore immenso fatto di considerazione uno per l’altro e di attenzioni semplici, quotidiane e mai banali.

Degno di attenzione, per l’attualità della tematica, Cafè Waldluft del tedesco Matthias Koβmehl. Nell’albergo delle Alpi salisburghesi, a Berchtesgaden, una volta storica dimora turistica, ora vive un gruppo di profughi guidato da una proprietaria premurosa e attenta. E gli ospiti provano a ricostruirsi una vita finita su un binario morto al momento dell’esodo dai propri Paesi in guerra. Drawing the tiger di Amy Benson e Ramayata Limbu è un colpo allo stomaco. La povertà di un villaggio nepalese, la tragedia inconsolabile che colpisce una famiglia, la necessità dell’emigrazione.

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