La festa agricola di primavera ci offre l’occasione di riflettere sul rapporto dell’umanità con la terra. Nella prospettiva biblica, Dio stesso è il modello a cui l’uomo deve rifarsi per abitare la terra secondo giustizia. Durante tutto l’anno Dio lavora alacremente come un sapiente agricoltore perché vuole dare da mangiare alla propria famiglia, l’umanità: «Così prepari la terra: ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle, la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli» (Sal 65).
Le prime pagine del libro della Genesi sono realiste: spesso sperimentiamo la terra come «l’aiuola che ci rende tanto feroci» (Paradiso, XXII, 151): apparentemente dimenticata dal suo Giardiniere; innaffiata con terrificante regolarità dal “reale” sangue dell’innocente Abele e variopinta (leggi: distratta h24) da “virtuali” relazioni ad alta… inconsistenza. Nondimeno le stesse pagine attestano anche il sogno di Dio: l’umanità è chiamata ad abitare la terra e a collaborare con il suo Creatore custodendola con passione e coltivandola responsabilmente. Nel sogno di Dio la terra è il giardino dell’incontro, del confronto e della condivisione.
Il racconto di Giuseppe e i suoi fratelli (Gen 37-50) ha il valore di dare alle prime pagine della Genesi il giusto complemento circa il corretto rapporto dell’uomo con la terra: c’è bisogno di uomini come Giuseppe l’Egiziano, di persone che sappiano custodire e coltivare la terra nel tempo delle vacche grasse e, soprattutto, nel tempo delle vacche magre. Giuseppe l’Egiziano interpreta il lavoro della terra da vero statista: valorizzando i raccolti, conservandoli nei granai ma sapendoli poi aprire nel momento del bisogno. Verso l’Egitto accorrono popolazioni «da ogni paese» cercando di fuggire dalla fame «perché la carestia infieriva su tutta la terra» (Gen 41,57). La sapienza agricola di Giuseppe ha reso la terra egiziana luogo di convergenza, di accoglienza e modello di economia solidale. Giuseppe l’Egiziano realizza il sogno di Dio nell’elaborazione di soluzioni adeguate e concrete, in grado di generare bene comune per l’umanità bisognosa.
Verso la terra d’Egitto accorrono anche i fratelli di Giuseppe: li riconosce in mezzo ai tanti profughi che vi giungono dopo aver affrontato estenuanti e pericolosi tragitti via terra o… via mare. Giuseppe abbraccia i suoi fratelli profughi, sciogliendo nel perdono ogni rancore e pregiudizio. Nella terra egiziana, coltivata e custodita da Giuseppe, ora si condivide un altro tipo di cibo, indispensabile per la sopravvivenza dell’umanità: il grano forte e tenero della riconciliazione fraterna, prelevato dal granaio della misericordia di Dio.
Festa dell’agricoltura e della primavera: accogliamo l’arrivo della nuova stagione arando in profondità la terra dei nostri schemi mentali con il vomere della Parola di Dio, per imparare ad accogliere e scoprire come fratelli coloro che la loro terra non possono più coltivarla perché costretti a fuggire dalle guerre e dalla violenza.
Papa Francesco ci ricorda che la terra affidataci da Dio è abitata in gran parte da persone affamate e disperate, bisognose di essere accolte intorno alla mensa della solidarietà: «Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? Questa domanda non riguarda solo l’ambiente in modo isolato, perché non si può porre la questione in maniera parziale. (…) se questa domanda viene posta con coraggio, ci conduce inesorabilmente ad altri interrogativi molto diretti: A che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi?» (Laudato si’, 160).