Fame, aiuti alimentari, terreni accaparrati, giochi di borsa sono cause o effetti delle guerre?
“Cibo di guerra” è il nuovo rapporto di ricerca sui conflitti dimenticati, pubblicato da Caritas Italiana in collaborazione con i periodici Famiglia Cristiana e Il Regno ed edito da Il Mulino. Si compone di tre parti. La prima parte fornisce le principali coordinate culturali e scientifiche sui fenomeni di guerra e sul rapporto tra guerra e cibo. Nella seconda parte vengono riportati i risultati di due indagini sul campo: una ricerca relativa alla presenza delle persone in fuga dalla guerra nel circuito di accoglienza Caritas e un’indagine sulla diffusione dei video di guerra e terrore sulla Rete (vedi riquadro). Infine nella terza parte ci sono proposte e linee di intervento sul tema del conflitto e del problema alimentare, rivolte ai principali attori, pubblici e privati.
Due gli interrogativi di fondo: in che misura la guerra può essere determinata da fattori legati alla produzione, distribuzione e consumo del bene alimentare e che tipo di conseguenze sono prodotte dai conflitti in riferimento alla malnutrizione e alla cattiva distribuzione delle risorse alimentari. In altri termini ci si chiede se fame, aiuti alimentari, terreni accaparrati, giochi di borsa sono cause o effetti delle guerre.
Il rapporto “Cibo di guerra” non si limita al problema del ciclo perverso che conduce alla disperazione chi si trova coinvolto in una guerra. Indaga anche i legami inversi, che dalla povertà estrema portano alla conflittualità violenta. E studia le dinamiche che strumentalizzano le persone e i loro bisogni primari nella costruzione della violenza, rendendoli di fatto “cibo di guerra”.
Dopo anni di segno positivo, gli indicatori che misurano il grado di “pacificità” del pianeta iniziano infatti a puntare verso il basso. L’intensità di buona parte dei conflitti intra-statali combattuti a diverse latitudini del pianeta sta infatti aumentando di livello, con un significativo coinvolgimento della popolazione civile e un crescente ricorso all’impiego di tattiche tipiche dell’azione terroristica. Si stima che le vittime di attacchi terroristici jihadisti siano quintuplicate negli ultimi quindici anni, concentrandosi per il 95% per cento in paesi non Ocse (ovvero in via di sviluppo). La gran parte degli attacchi, negli ultimi anni, ha avuto luogo in cinque paesi: Iraq, Siria, Afghanistan, Pakistan e Nigeria, coinvolgendo sempre di più scuole e università, giovani studenti, civili inermi e innocenti.
Nei vari conflitti, nell’ultimo decennio, si è passati da una media di 21 mila a 38 mila morti annui. Africa e Asia sono i continenti maggiormente instabili a livello globale. In essi la mancanza di cibo e le guerre si intersecano in un mix letale, con l’inevitabile riflesso migratorio su scala planetaria.
Le guerre di “massima intensità” nel mondo sono tutte a carattere intrastatale e coinvolgono un numero crescente di paesi (fa eccezione il conflitto tra India e Pakistan, relativo alla situazione nel Kashmir). Si tratta però in realtà della punta di un iceberg, se si considerano anche i numerosi conflitti di “media” e “bassa intensità”.
In ogni caso le guerre hanno comunque sempre “maschere”, che spesso vengono confuse con le cause del conflitto stesso. Attualmente ad esempio prevale quella religiosa. Questa quinta ricerca sui conflitti dimenticati smonta tali tesi, rilanciando l’importanza di un rinnovato sforzo culturale, di un ruolo formativo ed educativo da esercitarsi a ogni livello per smontare ogni prefabbricato ideologico, basato su fondamenta tanto fragili quanto irreali. Un tale ruolo va associato a un serio impegno di lobby e advocacy, in primo luogo nei confronti della comunità internazionale, affinché non si faccia abbagliare da derive demagogiche e populiste. E va completato con l’ampio rilancio di ogni azione volta a stringere legami di cooperazione e solidarietà internazionale, aperti all’accoglienza di nuove ondate di profughi, anch’essi “cibo di guerra”, strumentalizzati per fare pressione a distanza su leader miopi e opinioni pubbliche labili e manipolate.